LIBIA
Nato, lo strappo della Germania
ritira la Marina dal Mediterraneo
Berlino annuncia il ritiro della Bundesmarine dalle operazioni dell'Alleanza, dopo il no alle operazioni congiunte per imporre la no fly zone sulla Libia. Gli osservatori: un danno alla posizione negoziale, alla credibilità e all'immagine del Paese di Merkel e Westerwelle
dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI
BERLINO - Clamoroso strappo della Germania di Angela Merkel e Guido Westerwelle contro i partner della Nato e dell'Unione europea nella crisi libica: Berlino ha annunciato stasera a doccia fredda il ritiro della Bundesmarine, cioè la marina militare federale, dalle operazioni dell'Alleanza atlantica nel Mediterraneo. E alcune fonti e osservatori non escludono nemmeno che la scelta giunga fino alle estreme conseguenze, cioè al ritiro fisico delle due modernissime fregate pesanti della Bundesmarine, della navi appoggio e del personale militare tedesco dal Mediterraneo.
E' una decisione di cui politicamente e da un punto di vista diplomatico e geopolitico possono rallegrarsi soltanto la dittarura cinese, che col suo non appoggio alla no-fly zone delle Nazioni Unite ha cercato di rafforzare la sua offensiva per il controllo delle materie prime in tutta l'Africa e il suo ruolo di assertiva superpotenza, e la Russia di Putin che definisce "crociati" i piloti Nato che con i loro jet fermano i Panzer di Gheddafi in marcia verso le città per massacrare i civili e gli insorti.
Il "nyet" quasi da Urss brezneviana della Germania di centrodestra alle operazioni congiunte delle potenze Nato per imporre la no-fly zone in Libia e salvare i civili e i ribelli assume dunque forme sempre più estreme. Fin dalla settimana scorsa, la cancelliera Angela Merkel (Cdu, democristiana) e il vicecancelliere e ministro degli Esteri Guido Westerwelle (Fdp, liberale) avevano spiegato che la loro coalizione di
centrodestra vede con troppa preoccupazione i rischi della missione, e che quindi non solo si è astenuta per questo motivo - insieme a Cina e Russia - al voto sulla risoluzione sulla no-fly zone al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma soprattutto non avrebbe partecipato alle azioni francesi, britanniche, americane, italiane e di altri paesi Nato contro le armate massacratrici di Gheddafi.
"Ora forse qualcuno capirà che avevamo ragione", ha detto in sostanza Westerwelle, non senza saccenza. Lo stesso atteggiamento con cui domenica, dopo aver confermato la non partecipazione tedesca a missioni in cui i piloti italiani, britannici, francesi, americani, danesi rischiano la vita, aveva consigliato ai paesi della coalizione di "non impantanarsi in una missione lunga".
"Mi vergogno per l'atteggiamento del mio paese", aveva scritto ieri sulla Sueddeutsche Zeitung l'ex capo di Stato maggiore (tedesco) della Nato, generale Klaus Naumann. Ancor più duro era stato l'ex ministro degli Esteri ed ex leader dei Verdi Joschka Fischer oggi sullo stesso giornale: la posizione tedesca è scandalosa, la mancanza di solidarietà con gli alleati e con la popolazione civile libica è una farsa assurda. Fischer al governo (1998-2005) decise in nome dei diritti umani la partecipazione militare tedesca all'azione Nato in Bosnia e poi in Kossovo per fermare i massacri delle soldataglie del dittatore serbo Slobodan Milosevic.
Oggi la musica è cambiata a Berlino. Spettacolo triste, autofinlandizzazione, appeasement verso chi come Pechino e Mosca appoggia i dittatori e fa affari d'oro specie nell'energia con la Germania. Linea politica defilata da quella degli alleati ma solo annunciandola, senza spiegazioni articolate e ragionate. Ventun anni dopo la caduta del Muro e la riunificazione tedesca che senza il Piano Marshall americano decisivo per la ricostruzione della Germania ovest, senza decenni di protezione militare angloamericana per Bonn, senza l'appoggio di Bush senior (e la rivoluzione polacca) non sarebbero state possibili, la Germania riunificata e assertiva si dà da sola nuovi standard. Vuole essere potenza mondiale quando chiede un seggio permanente tra i Grandi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite (e dice che l'Italia invece non lo merita), vuole dettare a tutta l'Unione europea e all'Eurozona i criteri di tagli ai bilanci pubblici e di solidità monetaria, chiede a tutta l'Europa mediterranea ancor più sforzi contro l'immigrazione clandestina, borbotta e mugugna contro l'Europa unita tacendo che nessun'economia profitta più di quella tedesca del mercato unico europeo. Ma quando poi è il momento delle scelte difficili e rischiose, si tira indietro, come una grande Svizzera, un paese che finisce per contare molto meno non solo rispetto a Regno Unito e Francia ma anche all'Italia di Berlusconi. Fonti occidentali, europee e atlantiche sottolineano che il danno arrecato dalle scelte di Merkel e Westerwelle alla posizione negoziale, all'immagine e alla credibilità della Germania nel consesso delle democrazie è ogni giorno più serio.
(22 marzo 2011)
Fonte: Repubblica.it
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Wednesday, 23 March 2011
Sunday, 20 March 2011
Repubblica.it: Astensione voto ONU, attentato alla Merkel?
Paura in cielo per la Angela Merkel
l'elicottero rischia di schiantarsi
Tragedia sfiorata, al velivolo con il cancelliere tedesco si fermano le turbine e perde improvvisamente quota. Ripreso il controllo a 100 metri da terra
BERLINO - Paura nel cielo per Angela Merkel, il cancelliere tedesco. L'elicottero della polizia sul quale viaggiava mercoledì scorso è stato sul punto di schiantarsi al suolo, scrive stamane la Bild Am Sonntag, il domenicale della Bild: entrambe le turbine dell'elicottero, un superpuma 332, si sarebbero bloccate quando il velivolo era ad un'altezza di circa 1600 metri facendolo precipitare verso il basso; solo a cento metri da terra il l'equipaggio è riuscito a rimetterle in funzione.
Angela Merkel era in viaggio tra la Sassonia e il Baden-Wuerttemberg per la campagna elettorale. Le cause dell'incidente non sono affatto chiare, aggiunge il domenicale. L'ipotesi del sabotaggio è al momento esclusa.
Fonte: Repubblica.it
l'elicottero rischia di schiantarsi
Tragedia sfiorata, al velivolo con il cancelliere tedesco si fermano le turbine e perde improvvisamente quota. Ripreso il controllo a 100 metri da terra
BERLINO - Paura nel cielo per Angela Merkel, il cancelliere tedesco. L'elicottero della polizia sul quale viaggiava mercoledì scorso è stato sul punto di schiantarsi al suolo, scrive stamane la Bild Am Sonntag, il domenicale della Bild: entrambe le turbine dell'elicottero, un superpuma 332, si sarebbero bloccate quando il velivolo era ad un'altezza di circa 1600 metri facendolo precipitare verso il basso; solo a cento metri da terra il l'equipaggio è riuscito a rimetterle in funzione.
Angela Merkel era in viaggio tra la Sassonia e il Baden-Wuerttemberg per la campagna elettorale. Le cause dell'incidente non sono affatto chiare, aggiunge il domenicale. L'ipotesi del sabotaggio è al momento esclusa.
Fonte: Repubblica.it
Saturday, 19 March 2011
Grandangolo-Online.it: La drammatica situazione di Lampedusa
Lampedusa, De Rubeis invita alla calma
Sabato 19 Marzo 2011 00:12
“Lo stato di agitazione che in queste ore attraversa la popolazione di Lampedusa, scesa in piazza a protestare per difendere il proprio diritto di sopravvivenza, è legittimo. Uomini, donne e bambini sono esasperati, stanchi di essere violentati nel loro diritto di sopravvivenza dalle decisioni del governo, che ha trasformato Lampedusa nella piattaforma logistica del Mediterraneo per la raccolta dei profughi. Stiamo assistendo ad un esodo di immigrati irregolari che vincono recuperati dalle forze dell'ordine e portati, non si capisce con quale obiettivo, sull'isola: "le navi militari - dichiara il sindaco de Rubeis - giunte nel porto con gli immigrati partano immediatamente verso la terraferma, come accadeva per volontà del ministro Maroni nel 2009 e 2010, al fine di scongiurare problemi di sicurezza portuale ed ordine pubblico tra cittadini residenti, immigrati e forze dell'ordine. Esorto tutti alla prudenza ed alla calma nel rispetto della legalità, ma invito il governo nazionale per tramite del Commissario a mettere in atto tutte le azioni che evitino l'esasperazione della popolazione". "La legalità - prosegue De Rubeis - peraltro, è già violata dalla libera circolazione di centinaia di tunisini senza alcun documento identificatorio. Ribadiamo il no alla tendopoli e l'esigenza dell'immediato trasferimento dei 3.000 tunisini sull'isola per garantire anche a loro la dignità umana minima e il rispetto delle condizioni igienico sanitarie minimali. L'utilizzo della marina per trasportare direttamente dalle zone di raccolta alla terraferma dei profughi diventa irrinunciabile". Il sindaco De Rubeis che si trova a Palermo per esigenze inderogabili di salute abbraccia i suoi concittadini manifestando la propria vicinanza. Anche l'assessore alla programmazione economica e al turismo Pietro Busetta, interviene: Gli ultimi avvenimenti che si stanno verificando su Lampedusa dimostrano lo stato di disagio in cui versa la popolazione. Tale situazione porta un danno irreparabile non solo all’economia dell'isola ma anche alla serenità complessiva della popolazione che dovrebbe prepararsi all'estate. Si trovino soluzioni alternative dalle navi militari San Giorgio o San Marco, a delle navi crociere da affittare che sbarchino i profughi direttamente a Genova o a Trieste . Se proprio vi è l'esigenza di una piattaforma logistica, che il governo attrezzi l'isolotto di Lampione come campo profughi. Tutto tranne che la soluzione di devastare il territorio di Lampedusa e Linosa, che non possono farsi carico dei problemi del Mediterraneo. Nel momento del bisogno si sbraccino tutti: Malta, Pantelleria, la Brianza. Il problema è del paese e non se lo può caricare Lampedusa. Dalle Alpi a Lampedusa, il paese dice il presidente Napolitano è uno? Lo dimostri". Durissimo il consigliere dell'amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa Davide Masia, nonché capogruppo dei consigliere di maggioranza che dichiara: “La situazione di Lampedusa è diventata insostenibile. Bene fa la popolazione di fronte all'assenza dello Stato a protestare. Si trovino soluzioni alternative con navi militari, con navi crociere, ma basta con questo massacro dell'isola. Il paese si sta confondendo di fronte a poche migliaia di profughi. Si trovino soluzioni serie e si attivi il commissario con soluzioni praticabili ed evitiamo l'improvvisazione". Intanto la Cgil attraverso il segretario provinciale, Mariella Lo Bello parla di gravi responsabilità del Governo: “Nella storia decennale degli sbarchi a Lampedusa non era mai successo che gruppi di cittadini ostacolassero, al molo Favaloro, l'attracco di una motovedetta della Guardia costiera che ha soccorso 116 migranti, tra i quali anche ammalati e minori. E’ il segno preoccupante che oltre non è possibile chiedere ad una popolazione che deve convivere con una presenza di migranti che è andata oltre ogni limite di sopportazione e che pone gravi rischi di sicurezza, di salute, di convivenza civile. La soluzione prospettata dal Governo (la tendopoli!) è davvero surreale e non tiene conto della criticità della situazione che si è venuta a determinare! La “bomba Lampedusa” va disinnescata immediatamente! Il Governo Italiano che ha colpevolmente consentito che crescesse a dismisura il numero degli ospiti del Cie e attizzato i peggiori istinti, deve procedere con estrema urgenza a far ritornare la situazione entro limiti accettabili. Lo faccia usando tutti i mezzi a disposizione e smetta di alimentare strumentalmente questa situazione per tornaconti politici fuori luogo o per “battere cassa” in Europa. La Cgil è con Lampedusa, con i suoi abitanti e con le sue legittime esigenze ed aspettative di sviluppo; è a fianco dei migranti che scappano da guerre, fame e disperazione ed hanno il diritto di essere trattati come essere umani e non ammassati in campi-lager; è a fianco degli operatori e delle forze dell’Ordine costretti ad una situazione insostenibile. Tutto questo deve finire e presto, anche in ragione della pericolosa escalation che sta per avere la situazione libica dopo la risoluzione dell’Onu: occorre trovare strumenti ordinari che evitino che Lampedusa diventi un contenitore esplosivo di un’umanità sofferente.
Fonte: Grandangolo-Online.it
Sabato 19 Marzo 2011 00:12
“Lo stato di agitazione che in queste ore attraversa la popolazione di Lampedusa, scesa in piazza a protestare per difendere il proprio diritto di sopravvivenza, è legittimo. Uomini, donne e bambini sono esasperati, stanchi di essere violentati nel loro diritto di sopravvivenza dalle decisioni del governo, che ha trasformato Lampedusa nella piattaforma logistica del Mediterraneo per la raccolta dei profughi. Stiamo assistendo ad un esodo di immigrati irregolari che vincono recuperati dalle forze dell'ordine e portati, non si capisce con quale obiettivo, sull'isola: "le navi militari - dichiara il sindaco de Rubeis - giunte nel porto con gli immigrati partano immediatamente verso la terraferma, come accadeva per volontà del ministro Maroni nel 2009 e 2010, al fine di scongiurare problemi di sicurezza portuale ed ordine pubblico tra cittadini residenti, immigrati e forze dell'ordine. Esorto tutti alla prudenza ed alla calma nel rispetto della legalità, ma invito il governo nazionale per tramite del Commissario a mettere in atto tutte le azioni che evitino l'esasperazione della popolazione". "La legalità - prosegue De Rubeis - peraltro, è già violata dalla libera circolazione di centinaia di tunisini senza alcun documento identificatorio. Ribadiamo il no alla tendopoli e l'esigenza dell'immediato trasferimento dei 3.000 tunisini sull'isola per garantire anche a loro la dignità umana minima e il rispetto delle condizioni igienico sanitarie minimali. L'utilizzo della marina per trasportare direttamente dalle zone di raccolta alla terraferma dei profughi diventa irrinunciabile". Il sindaco De Rubeis che si trova a Palermo per esigenze inderogabili di salute abbraccia i suoi concittadini manifestando la propria vicinanza. Anche l'assessore alla programmazione economica e al turismo Pietro Busetta, interviene: Gli ultimi avvenimenti che si stanno verificando su Lampedusa dimostrano lo stato di disagio in cui versa la popolazione. Tale situazione porta un danno irreparabile non solo all’economia dell'isola ma anche alla serenità complessiva della popolazione che dovrebbe prepararsi all'estate. Si trovino soluzioni alternative dalle navi militari San Giorgio o San Marco, a delle navi crociere da affittare che sbarchino i profughi direttamente a Genova o a Trieste . Se proprio vi è l'esigenza di una piattaforma logistica, che il governo attrezzi l'isolotto di Lampione come campo profughi. Tutto tranne che la soluzione di devastare il territorio di Lampedusa e Linosa, che non possono farsi carico dei problemi del Mediterraneo. Nel momento del bisogno si sbraccino tutti: Malta, Pantelleria, la Brianza. Il problema è del paese e non se lo può caricare Lampedusa. Dalle Alpi a Lampedusa, il paese dice il presidente Napolitano è uno? Lo dimostri". Durissimo il consigliere dell'amministrazione comunale di Lampedusa e Linosa Davide Masia, nonché capogruppo dei consigliere di maggioranza che dichiara: “La situazione di Lampedusa è diventata insostenibile. Bene fa la popolazione di fronte all'assenza dello Stato a protestare. Si trovino soluzioni alternative con navi militari, con navi crociere, ma basta con questo massacro dell'isola. Il paese si sta confondendo di fronte a poche migliaia di profughi. Si trovino soluzioni serie e si attivi il commissario con soluzioni praticabili ed evitiamo l'improvvisazione". Intanto la Cgil attraverso il segretario provinciale, Mariella Lo Bello parla di gravi responsabilità del Governo: “Nella storia decennale degli sbarchi a Lampedusa non era mai successo che gruppi di cittadini ostacolassero, al molo Favaloro, l'attracco di una motovedetta della Guardia costiera che ha soccorso 116 migranti, tra i quali anche ammalati e minori. E’ il segno preoccupante che oltre non è possibile chiedere ad una popolazione che deve convivere con una presenza di migranti che è andata oltre ogni limite di sopportazione e che pone gravi rischi di sicurezza, di salute, di convivenza civile. La soluzione prospettata dal Governo (la tendopoli!) è davvero surreale e non tiene conto della criticità della situazione che si è venuta a determinare! La “bomba Lampedusa” va disinnescata immediatamente! Il Governo Italiano che ha colpevolmente consentito che crescesse a dismisura il numero degli ospiti del Cie e attizzato i peggiori istinti, deve procedere con estrema urgenza a far ritornare la situazione entro limiti accettabili. Lo faccia usando tutti i mezzi a disposizione e smetta di alimentare strumentalmente questa situazione per tornaconti politici fuori luogo o per “battere cassa” in Europa. La Cgil è con Lampedusa, con i suoi abitanti e con le sue legittime esigenze ed aspettative di sviluppo; è a fianco dei migranti che scappano da guerre, fame e disperazione ed hanno il diritto di essere trattati come essere umani e non ammassati in campi-lager; è a fianco degli operatori e delle forze dell’Ordine costretti ad una situazione insostenibile. Tutto questo deve finire e presto, anche in ragione della pericolosa escalation che sta per avere la situazione libica dopo la risoluzione dell’Onu: occorre trovare strumenti ordinari che evitino che Lampedusa diventi un contenitore esplosivo di un’umanità sofferente.
Fonte: Grandangolo-Online.it
Tuesday, 1 March 2011
Economist.com: La dipendenza italiana dal petrolio libico [Tradizione: Il Consiglio]
Contare sulla Libia
Quale nazione dipende di più dal petrolio libico?
25 febbraio 2011
La Libia produce 1,7 milioni degli 88 milioni di barili al giorno (b/d) del mondo. Le nazioni OECD importano 1,2 milioni b/d, e la Cina altri 150.000. Il nostro grafico mostra quali, tra i principali mercati di esportazione libici, sono i più dipendenti dal suo petrolio. In cima alla lista, l'Irlanda conta solo per una piccola frazione delle esportazioni di petrolio libiche. L'Italia è di gran lunga il maggiore importatore: nel 2010 ha preso 376.000 b/d dalla sua antica colonia. Mentre il prezzo del petrolio aumenta a causa dei disordini nel mondo arabo, gli importatori si rivolgeranno all'Arabia Saudita per coprire ogni ammanco.

[In orizzontale il petrolio importato dalla Libia in percentuale rispetto al totale importato dalle varie nazioni (per l'Italia circa il 23%). Nel quadratino bianco a destra sono indicati i totali in migliaia di barili al giorno.]
Fonte: Economist.com
Quale nazione dipende di più dal petrolio libico?
25 febbraio 2011
La Libia produce 1,7 milioni degli 88 milioni di barili al giorno (b/d) del mondo. Le nazioni OECD importano 1,2 milioni b/d, e la Cina altri 150.000. Il nostro grafico mostra quali, tra i principali mercati di esportazione libici, sono i più dipendenti dal suo petrolio. In cima alla lista, l'Irlanda conta solo per una piccola frazione delle esportazioni di petrolio libiche. L'Italia è di gran lunga il maggiore importatore: nel 2010 ha preso 376.000 b/d dalla sua antica colonia. Mentre il prezzo del petrolio aumenta a causa dei disordini nel mondo arabo, gli importatori si rivolgeranno all'Arabia Saudita per coprire ogni ammanco.

[In orizzontale il petrolio importato dalla Libia in percentuale rispetto al totale importato dalle varie nazioni (per l'Italia circa il 23%). Nel quadratino bianco a destra sono indicati i totali in migliaia di barili al giorno.]
Fonte: Economist.com
Monday, 28 February 2011
La Sicilia: Libia, allarme per Unicredit
Gli investimenti libici in Italia
Allarme Unicredit
Lunedì 28 Febbraio 2011
Dalla moda alle telecomunicazioni, passando per l'auto e il calcio: ecco il panorama degli investimenti libici in Italia. È di queste ore «l'attenzione» espressa da UniCredit - l'istituto milanese controllato complessivamente al 7,5% da due azionisti libici - per gli sviluppi che la risoluzione Onu potrebbe avere verso quel 7,5% del capitale oggi nelle mani della Lybian Investment Authority e della Central Bank of Libya e, analogamente in prospettiva analogamente, verso gli altri investimenti italiani, Finmeccanica e Juventus in primis. Anche se non è ancora chiaro come le sanzioni dell'Onu, una volta adottate formalmente dall'Italia, possano incidere sulle diverse partecipazioni libiche.
Gli interessi del Paese nordafricano per la finanza tricolore risalgono a più di trent'anni fa, quando i libici sbarcarono in Italia per acquistare quote della Fiat. E da allora si è fatta estremamente lunga la serie di società italiane che hanno, o hanno avuto, all'interno del loro azionariato gruppi libici.
Dalla moda alle telecomunicazioni, passando per l'auto e il calcio, il Paese governato da Gheddafi ha più volte guardato alle imprese italiane come terreno fertile in cui investire. È stata proprio l'automobile ad aprire la porta per prima ai capitali libici, quando nel 1976 la banca Lafico entrò in Fiat, per poi ridurre progressivamente la propria quota dal 9,7% iniziale. È proprio la Lafico (Lybian Arab Foreign Investment Company), il braccio finanziario del colonnello Gheddafi, l'investitore ancora maggiormente attivo nella Penisola.
Ecco una lista dei principali investimenti libici in Italia.
BANCHE: gli investitori della Libia erano già presenti con una partecipazione in Banca di Roma, trasformatasi in un 5% di Capitalia e poi confluita in UniCredit. Attualmente la partecipazione dei libici in Piazza Cordusio è aumentata fino all'attuale 7,1% complessivo (2,594% attraverso la Lybian Investment Authority e 4,613% con la Central Bank of Libya).
MODA: Lafico è stata presente con una quota consistente, fino al 15%, anche nella holding Fin-Part (la casa di Frette, Cerruti e Moncler) poi fallita nell'ottobre del 2005. In Fin.Part era confluita anche Olcese, un'azienda attiva nel tessile in cui Lafico si sedette nel Cda per la prima volta nel 1998. Successivamente, la banca libica arrivò a detenere fino al 30% nell'azienda di filati.
AUTO: Lafico entrò per la prima volta in Fiat nel 1976, ne uscì circa dieci anni dopo, per poi rientrarvi con una partecipazione più modesta, nell'ordine del 2%, nel 2002. La plusvalenza in uscita fu circa 3.000 miliardi di vecchie lire.
TLC: Tripoli è presente dal 2008 con la Lybian Post, presieduta da Mohammad Muammar Gheddafi, all'interno di Retelit. La società libica ha rilevato il 14,8% nell'operatore di tlc, che ha vinto l'asta per il Wi-Max nelle regioni del Nord Italia.
SPORT: la banca libica è ancora presente nel capitale della Juventus, con una quota del 7,5%, un'alleanza che ha portato a giocare la Supercoppa italiana del 2002 proprio a Tripoli. Il figlio "calciatore" del colonnello, Al Saadi, (ha militato in Perugia, Sampdoria e Udinese) dopo il crack Cirio ha più volte manifestato l'intenzione di acquistare la Lazio, con la quale ha poi siglato un accordo di collaborazione tecnico sportiva, con cui otteneva disponibilità del centro sportivo di Formello per 10 giorni l'anno per la squadra dell'Al Ittihad.
ENERGIA: Eni è partner storico del Paese ricco di greggio e gas e Lafico è entrata per un certo periodo nel cane a sei zampe con una quota che si aggirava intorno allo 0,15%. Da anni si vocifera di una salita sopra al 2%. Stesso interesse è stato dimostrato più volte senza però essersi concretizzato, almeno ufficialmente, per Enel.
EDILIZIA: c'è quasi tutto il mondo delle costruzioni "made in Italy", a iniziare da Impregilo, in gara per la costruzione dell'autostrada costiera libica prevista dal trattato di amicizia e cooperazione firmato nel 2008 da Italia e Libia. I lavori, che sono stati riservati a imprese italiane, valgono circa tre miliardi di dollari e riguardano l'intero tracciato, i 1.700 chilometri della "superstrada" Rass Ajdir-Imsaad.
Fonte: La Sicilia
Allarme Unicredit
Lunedì 28 Febbraio 2011
Dalla moda alle telecomunicazioni, passando per l'auto e il calcio: ecco il panorama degli investimenti libici in Italia. È di queste ore «l'attenzione» espressa da UniCredit - l'istituto milanese controllato complessivamente al 7,5% da due azionisti libici - per gli sviluppi che la risoluzione Onu potrebbe avere verso quel 7,5% del capitale oggi nelle mani della Lybian Investment Authority e della Central Bank of Libya e, analogamente in prospettiva analogamente, verso gli altri investimenti italiani, Finmeccanica e Juventus in primis. Anche se non è ancora chiaro come le sanzioni dell'Onu, una volta adottate formalmente dall'Italia, possano incidere sulle diverse partecipazioni libiche.
Gli interessi del Paese nordafricano per la finanza tricolore risalgono a più di trent'anni fa, quando i libici sbarcarono in Italia per acquistare quote della Fiat. E da allora si è fatta estremamente lunga la serie di società italiane che hanno, o hanno avuto, all'interno del loro azionariato gruppi libici.
Dalla moda alle telecomunicazioni, passando per l'auto e il calcio, il Paese governato da Gheddafi ha più volte guardato alle imprese italiane come terreno fertile in cui investire. È stata proprio l'automobile ad aprire la porta per prima ai capitali libici, quando nel 1976 la banca Lafico entrò in Fiat, per poi ridurre progressivamente la propria quota dal 9,7% iniziale. È proprio la Lafico (Lybian Arab Foreign Investment Company), il braccio finanziario del colonnello Gheddafi, l'investitore ancora maggiormente attivo nella Penisola.
Ecco una lista dei principali investimenti libici in Italia.
BANCHE: gli investitori della Libia erano già presenti con una partecipazione in Banca di Roma, trasformatasi in un 5% di Capitalia e poi confluita in UniCredit. Attualmente la partecipazione dei libici in Piazza Cordusio è aumentata fino all'attuale 7,1% complessivo (2,594% attraverso la Lybian Investment Authority e 4,613% con la Central Bank of Libya).
MODA: Lafico è stata presente con una quota consistente, fino al 15%, anche nella holding Fin-Part (la casa di Frette, Cerruti e Moncler) poi fallita nell'ottobre del 2005. In Fin.Part era confluita anche Olcese, un'azienda attiva nel tessile in cui Lafico si sedette nel Cda per la prima volta nel 1998. Successivamente, la banca libica arrivò a detenere fino al 30% nell'azienda di filati.
AUTO: Lafico entrò per la prima volta in Fiat nel 1976, ne uscì circa dieci anni dopo, per poi rientrarvi con una partecipazione più modesta, nell'ordine del 2%, nel 2002. La plusvalenza in uscita fu circa 3.000 miliardi di vecchie lire.
TLC: Tripoli è presente dal 2008 con la Lybian Post, presieduta da Mohammad Muammar Gheddafi, all'interno di Retelit. La società libica ha rilevato il 14,8% nell'operatore di tlc, che ha vinto l'asta per il Wi-Max nelle regioni del Nord Italia.
SPORT: la banca libica è ancora presente nel capitale della Juventus, con una quota del 7,5%, un'alleanza che ha portato a giocare la Supercoppa italiana del 2002 proprio a Tripoli. Il figlio "calciatore" del colonnello, Al Saadi, (ha militato in Perugia, Sampdoria e Udinese) dopo il crack Cirio ha più volte manifestato l'intenzione di acquistare la Lazio, con la quale ha poi siglato un accordo di collaborazione tecnico sportiva, con cui otteneva disponibilità del centro sportivo di Formello per 10 giorni l'anno per la squadra dell'Al Ittihad.
ENERGIA: Eni è partner storico del Paese ricco di greggio e gas e Lafico è entrata per un certo periodo nel cane a sei zampe con una quota che si aggirava intorno allo 0,15%. Da anni si vocifera di una salita sopra al 2%. Stesso interesse è stato dimostrato più volte senza però essersi concretizzato, almeno ufficialmente, per Enel.
EDILIZIA: c'è quasi tutto il mondo delle costruzioni "made in Italy", a iniziare da Impregilo, in gara per la costruzione dell'autostrada costiera libica prevista dal trattato di amicizia e cooperazione firmato nel 2008 da Italia e Libia. I lavori, che sono stati riservati a imprese italiane, valgono circa tre miliardi di dollari e riguardano l'intero tracciato, i 1.700 chilometri della "superstrada" Rass Ajdir-Imsaad.
Fonte: La Sicilia
Sunday, 27 February 2011
ItaliaOggi.it: Libia, l'Italia disperata si dibatte in trappola
Italia senza via d'uscita. Lo sanno bene a Milano. L'unica cosa che resta da fare è rivelare i retroscena per vendetta. Come accade su ItaliaOggi, edito da Class Editore, la stessa di MilanoFinanza. Un articolo che dice quello che dice Il Consiglio. Con qualche altro particolare interessante.
Usa, Gran Bretagna e Francia tirano le fila di un complotto. Insieme con le Sette sorelle
Obama vuole il petrolio libico
La Casa Bianca dietro il piano per destabilizzare Gheddafi
di Piero Laporta (prlprt@gmail.com)
ItaliaOggi
Numero 048 pag. 5 del 26/2/2011
Tutto iniziò l'11 settembre 2001, ma il quadro era oscuro. James Clapper , responsabile dell'intelligence di Hussein Barak Obama, come altri esponenti statunitensi di primo livello, accredita i terroristi Fratelli Musulmani come organizzazione laica, persino stabilizzatrice nella fascia nordafricana.
Chi si domanda dove vogliano arrivare Hussein Barak Obama e i servizi inglesi, ha la risposta dai cori islamici cui fanno da contrappunto Barak, Hillary Clinton e Catherine Ashton, responsabile, figuriamoci della politica estera Ue. Gli inglesi, dal canto loro, dopo l'uscita di scena di Tony Blair, hanno accentuato, con l'agenzia Reuter in testa, le blandizie verso Teheran e Hamas, riservando a Israele molta ostilità e tanta indifferenza [Si veda a tal proposito il post "Nuova Crimea"]. «Ben Ali vai via», gridano le folle aggrumate dai mullah. «Ben Ali togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton, dopo aver ammorbidito l'oligarchia che sosteneva fino a quel momento Ben Ali, il quale, capita l'antifona, toglie l'incomodo.«Mubarak vai via» gridano le folle aggrumate dai mullah. «Mubarak togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton dopo aver ammorbidito l'oligarchia che sosteneva fino a quel momento Mubarak, il quale, capita l'antifona, toglie l'incomodo. Così un'evidenza affiora, sporca e brutta come una chiazza di greggio sul mare cristallino: la santa alleanza fra una parte dell'Islam fondamentalista e Obama. Clapper, tesseva le lodi dei Fratelli mussulmani. Lo faceva anche in presenza di parlamentari statunitensi, scombussolati dalle amicizie spericolate della Casa Bianca. Che ha fatto un patto col diavolo. Provano anche a destabilizzare l'Algeria e il Marocco, gli va male. L'importante tuttavia è il controllo dei confini tunisini ed egiziani con la Libia, per destabilizzarla. L'ammiraglio Michael Mullen è venuto due volte in dieci giorni nel Mediterraneo e da queste parti circola pure D.C., un distinto signore, gabellatosi per fuoriuscito dalla Cia, che è a capo d'un team di reclutatori di contractors, i mercenari. Dall'Egitto e dalla Tunisia fuoriescono profughi misti a marmaglia? Nessun problema per D.C., anzi. Egli ha a libro paga una schiera di giovanotti mussulmani balcanici, afghani e irakeni, da ovunque vi siano «operazioni di pace». D.C. mette al servizio dei veterani i nuovi reclutati provenienti da Egitto e Tunisia, a loro volta diretti dagli agenti senussiti, collegati alle forze speciali inglesi, con vasta disponibilità di armi e addestrati. Così organizzati, i nuclei, apparentemente di facinorosi spontanei, accendono le mischie e infiammano la folla, sparando anche sugli inermi per innescare reazioni furibonde e propiziare l'intervento «umanitario» della comunità internazionale. Lo hanno fatto a Tirana, tentando di destabilizzare Sali Berisha. Non è la prima volta che utilizzano questi metodi. Cinque febbraio 1994, l'attenzione internazionale sul conflitto bosniaco stagna. Nel mercato coperto di Sarajevo una bomba uccide 68 civili e fa 200 feriti. L' orrore arriva in diretta coi tg. «Non consentiremo lo strangolamento di Sarajevo» disse il marito di Hillary Clinton. Si scoprì dopo che quella bomba era mussulmana. Che importanza ha oramai? Mezzo milione di morti e, fra questi, anche non pochi soldati italiani mandati lì in missione di pace e tanti tornati ammalati. Che importanza ha ormai? Si dimentica che le folle non combattono, tutt'al più s'aggregano se, per esempio dai minareti, c'è chi le riunisce. In quanto a combattere, lo fanno solo quelli che sono armati e addestrati. Questo macello, apparentemente cominciato a fine gennaio nella piazza centrale del Cairo, ha l'obiettivo di abbattere Gheddafi, odiato dagli inglesi, cui consegue possesso dei pozzi petroliferi e rincaro del greggio.Scopo strategico? Destabilizzare Mediterraneo ed Europa senza limiti di tempo, lo ha scritto George Friedman, affinché la Cina commerci solo con gli Usa. Mons. Innocenzo Martinelli, Vescovo di Tripoli:»Io resto. Restano anche le suore. La situazione è calma i media ne raccontano di balle. Si sentono spari solo la sera e la notte». Le Sette Sorelle producono e esportano indisturbate, come negli anni '90 quando in Algeria scannavano francesi e italiani ma non un inglese o statunitense fu infastidito. La Bbc:«Con oltre un centinaio di cittadini britannici 'in pericolo' nel deserto libico, il governo di David Cameron sta valutando l'invio delle forze speciali in Libia». In realtà sono già lì da tre settimane. Ultim'ora: centinaia di consulenti militari Usa, britannici e francesi, inclusi agenti dei servizi segreti, sono già in Cirenaica per aiutare i rivoltosi. Lo rivelano fonti vicine ai servizi israeliani. La presenza dei francesi significa l'isolamento politico dell'Italia. Adesso Silvio Berlusconi deve scegliere se passare alla storia per Ruby Rubacuori o per lo statista che ritira l'Italia dal dispositivo militare della Nato e i nostri contingenti dalle missioni internazionali. Così avremmo pure come pagare le spese per gli immigrati che ci stanno accollando.
Fonte: ItaliaOggi.it
Usa, Gran Bretagna e Francia tirano le fila di un complotto. Insieme con le Sette sorelle
Obama vuole il petrolio libico
La Casa Bianca dietro il piano per destabilizzare Gheddafi
di Piero Laporta (prlprt@gmail.com)
ItaliaOggi
Numero 048 pag. 5 del 26/2/2011
Tutto iniziò l'11 settembre 2001, ma il quadro era oscuro. James Clapper , responsabile dell'intelligence di Hussein Barak Obama, come altri esponenti statunitensi di primo livello, accredita i terroristi Fratelli Musulmani come organizzazione laica, persino stabilizzatrice nella fascia nordafricana.
Chi si domanda dove vogliano arrivare Hussein Barak Obama e i servizi inglesi, ha la risposta dai cori islamici cui fanno da contrappunto Barak, Hillary Clinton e Catherine Ashton, responsabile, figuriamoci della politica estera Ue. Gli inglesi, dal canto loro, dopo l'uscita di scena di Tony Blair, hanno accentuato, con l'agenzia Reuter in testa, le blandizie verso Teheran e Hamas, riservando a Israele molta ostilità e tanta indifferenza [Si veda a tal proposito il post "Nuova Crimea"]. «Ben Ali vai via», gridano le folle aggrumate dai mullah. «Ben Ali togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton, dopo aver ammorbidito l'oligarchia che sosteneva fino a quel momento Ben Ali, il quale, capita l'antifona, toglie l'incomodo.«Mubarak vai via» gridano le folle aggrumate dai mullah. «Mubarak togliti di mezzo» contrappuntano Obama, Clinton e Ashton dopo aver ammorbidito l'oligarchia che sosteneva fino a quel momento Mubarak, il quale, capita l'antifona, toglie l'incomodo. Così un'evidenza affiora, sporca e brutta come una chiazza di greggio sul mare cristallino: la santa alleanza fra una parte dell'Islam fondamentalista e Obama. Clapper, tesseva le lodi dei Fratelli mussulmani. Lo faceva anche in presenza di parlamentari statunitensi, scombussolati dalle amicizie spericolate della Casa Bianca. Che ha fatto un patto col diavolo. Provano anche a destabilizzare l'Algeria e il Marocco, gli va male. L'importante tuttavia è il controllo dei confini tunisini ed egiziani con la Libia, per destabilizzarla. L'ammiraglio Michael Mullen è venuto due volte in dieci giorni nel Mediterraneo e da queste parti circola pure D.C., un distinto signore, gabellatosi per fuoriuscito dalla Cia, che è a capo d'un team di reclutatori di contractors, i mercenari. Dall'Egitto e dalla Tunisia fuoriescono profughi misti a marmaglia? Nessun problema per D.C., anzi. Egli ha a libro paga una schiera di giovanotti mussulmani balcanici, afghani e irakeni, da ovunque vi siano «operazioni di pace». D.C. mette al servizio dei veterani i nuovi reclutati provenienti da Egitto e Tunisia, a loro volta diretti dagli agenti senussiti, collegati alle forze speciali inglesi, con vasta disponibilità di armi e addestrati. Così organizzati, i nuclei, apparentemente di facinorosi spontanei, accendono le mischie e infiammano la folla, sparando anche sugli inermi per innescare reazioni furibonde e propiziare l'intervento «umanitario» della comunità internazionale. Lo hanno fatto a Tirana, tentando di destabilizzare Sali Berisha. Non è la prima volta che utilizzano questi metodi. Cinque febbraio 1994, l'attenzione internazionale sul conflitto bosniaco stagna. Nel mercato coperto di Sarajevo una bomba uccide 68 civili e fa 200 feriti. L' orrore arriva in diretta coi tg. «Non consentiremo lo strangolamento di Sarajevo» disse il marito di Hillary Clinton. Si scoprì dopo che quella bomba era mussulmana. Che importanza ha oramai? Mezzo milione di morti e, fra questi, anche non pochi soldati italiani mandati lì in missione di pace e tanti tornati ammalati. Che importanza ha ormai? Si dimentica che le folle non combattono, tutt'al più s'aggregano se, per esempio dai minareti, c'è chi le riunisce. In quanto a combattere, lo fanno solo quelli che sono armati e addestrati. Questo macello, apparentemente cominciato a fine gennaio nella piazza centrale del Cairo, ha l'obiettivo di abbattere Gheddafi, odiato dagli inglesi, cui consegue possesso dei pozzi petroliferi e rincaro del greggio.Scopo strategico? Destabilizzare Mediterraneo ed Europa senza limiti di tempo, lo ha scritto George Friedman, affinché la Cina commerci solo con gli Usa. Mons. Innocenzo Martinelli, Vescovo di Tripoli:»Io resto. Restano anche le suore. La situazione è calma i media ne raccontano di balle. Si sentono spari solo la sera e la notte». Le Sette Sorelle producono e esportano indisturbate, come negli anni '90 quando in Algeria scannavano francesi e italiani ma non un inglese o statunitense fu infastidito. La Bbc:«Con oltre un centinaio di cittadini britannici 'in pericolo' nel deserto libico, il governo di David Cameron sta valutando l'invio delle forze speciali in Libia». In realtà sono già lì da tre settimane. Ultim'ora: centinaia di consulenti militari Usa, britannici e francesi, inclusi agenti dei servizi segreti, sono già in Cirenaica per aiutare i rivoltosi. Lo rivelano fonti vicine ai servizi israeliani. La presenza dei francesi significa l'isolamento politico dell'Italia. Adesso Silvio Berlusconi deve scegliere se passare alla storia per Ruby Rubacuori o per lo statista che ritira l'Italia dal dispositivo militare della Nato e i nostri contingenti dalle missioni internazionali. Così avremmo pure come pagare le spese per gli immigrati che ci stanno accollando.
Fonte: ItaliaOggi.it
Saturday, 26 February 2011
RussiaToday.com: Mosca scarica Gheddafi (e lascia Berlusconi al suo destino)
Mosca mette in guardia il regime libico contro l'uso della forza per fermare la rivolta popolare
25 February, 2011
Traduzione: Il Consiglio
Il presidente russo Dmitry Medvedev ha emesso un severo monito alle autorità libiche sollecitando Muammar Gheddafi a fermare la brutale repressione delle proteste anti-governative.
Il presidente Medvedev Venerdì ha emesso un comunicato speciale dedicato al agitazioni libiche. In esso si legge che la Russia chiede alle autorità libiche di non consentire un ulteriore appesantimento della situazione e la distruzione della popolazione civile. In caso contrario, si legge nella dichiarazione, tali azioni sarebbero qualificati come reato con tutte le conseguenze che potrebbero ciò portare.
“Mosca è seriamente preoccupata dagli eventi che si stanno svolgendo in Libia”, si legge nel comunicato. “Il più profondo rammarico è causato dalle notizie di stampa su numerose vittime tra la popolazione civile. La Russia denuncia l'uso della forza contro i civili sautorizzato dalle autorità del paese”, continua la dichiarazione presidenziale.
Più avanti, Dmitry Medvedev ha invitato la leadership libica e tutte le figure politiche responsabili a dare prova di moderazione ed a non consentire un ulteriore aggravamento della situazione e la distruzione della popolazione civile.
Fonte: RT.com
25 February, 2011
Traduzione: Il Consiglio
Il presidente russo Dmitry Medvedev ha emesso un severo monito alle autorità libiche sollecitando Muammar Gheddafi a fermare la brutale repressione delle proteste anti-governative.
Il presidente Medvedev Venerdì ha emesso un comunicato speciale dedicato al agitazioni libiche. In esso si legge che la Russia chiede alle autorità libiche di non consentire un ulteriore appesantimento della situazione e la distruzione della popolazione civile. In caso contrario, si legge nella dichiarazione, tali azioni sarebbero qualificati come reato con tutte le conseguenze che potrebbero ciò portare.
“Mosca è seriamente preoccupata dagli eventi che si stanno svolgendo in Libia”, si legge nel comunicato. “Il più profondo rammarico è causato dalle notizie di stampa su numerose vittime tra la popolazione civile. La Russia denuncia l'uso della forza contro i civili sautorizzato dalle autorità del paese”, continua la dichiarazione presidenziale.
Più avanti, Dmitry Medvedev ha invitato la leadership libica e tutte le figure politiche responsabili a dare prova di moderazione ed a non consentire un ulteriore aggravamento della situazione e la distruzione della popolazione civile.
Fonte: RT.com
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