Autonomia, impariamo a conoscerla 1/ Le radici storiche, i due primitivi Stati di Sicilia
24 marzo 2011
(Massimo Costa) Iniziamo con quest’articolo una serie di interventi divulgativi sui contenuti e sulla storia dell’Autonomia siciliana. Questi saranno relativamente brevi, per quanto si può, e si sforzeranno di dare ai lettori di questo giornale una parte di quella formazione civica e delle informazioni che ogni buon cittadino siciliano dovrebbe avere.
Il punto principale della storia dell’Autonomia siciliana è che essa non è un incidente
dei nostri giorni o anche degli ultimi 65 anni, ma è, per così dire, connaturata alla stessa storia millenaria della nostra isola.
La Sicilia è stata sempre considerata, sino al 1860, un paese a sé stante, una Nazione e – come molte altre nazioni – essa ha sempre avuto una propria formazione politica, uno Stato in pratica, a rappresentarla.
Più esattamente questa individuazione istituzionale univoca della Sicilia come “Paese” a sé stante, e diverso e distinto dalla stessa Italia, risale alla conquista romana, la quale diede per prima alla Sicilia un’amministrazione unitaria nei confini geografici dell’Isola.
Andando ancora più indietro si trovano solo “tentativi” di dare unità all’Isola, come brevemente accenneremo nell’articolo di oggi.
L’amministrazione romana era divisa in due “sub-province”: la Siracusana, direttamente dipendente dall’amministrazione provinciale del Pretore (così si chiamava il governatore nei primi tempi), e la Lilibetana, dipendente da un Questore a quello subalterno. In questa distinzione amministrativa, dalla quale sarebbero poi derivati, per frazionamenti ed accorpamenti vari, i “Valli” saraceni, poi i “Distretti” e infine le attuali “Province”, sopravviveva traccia di un’antica divisione politica.
La Sicilia Siracusana era direttamente erede del “Regno Siceliota”, l’antico Regno di Sicilia conquistato nella II guerra Punica; la Sicilia Lilibetana era invece direttamente erede della “Epicrateia punica” conquistata già nella I guerra punica.
Le due “province” erano dunque in realtà due “stati preunitari” che i Romani non avevano inventato; erano due amministrazioni che avevano trovato e di cui si erano impadroniti trasformandole in proprie colonie.
Quando erano nati dunque questi due primitivi stati di Sicilia?
Ecco, a parte il fatto che la documentazione non ci è pervenuta, e quindi che ci dobbiamo fidare delle testimonianze della storia e dell’archeologia, la “sorpresa” è che questi due stati non sono nati un bel giorno, ma lentamente nei secoli, quasi giorno dopo giorno, per progressivo accorpamento delle più antiche formazioni politiche, date dalle città-stato puniche e greche, nonché delle tribù indigene degli antichissimi abitanti della Sicilia.
I Puni, o Cartaginesi che è lo stesso, fondarono le loro piccole polis nell’VIII secolo quando i commercianti fenici, provenienti dall’attuale Libano ed appartenenti ad una delle tante popolazioni semitiche che abitavano allora il Vicino Oriente, che prima erano sparsi in empori lungo tutta la costa dell’isola furono costretti a concentrarsi nella parte di estremo occidente.
Però, per secoli, queste repubblichette oligarchiche erano appena sotto la protezione della vicina e potente Cartagine senza che questa esercitasse sulle stesse un dominio diretto.
Man mano che Cartagine si fece più presente in Sicilia questo rapporto diventò più diretto e in questa egemonia furono coinvolte anche le città-stato degli Elimi (un popolo indigeno dell’estremo ovest) e le tribù dell’interno le quali, sebbene con ogni probabilità avessero da secoli assorbito lingua e cultura analoga a quella delle tribù sicule dell’oriente, conservavano il nome Mediterraneo arcaico di Sicani, i primi abitanti della nostra Isola.
Fu durante le guerre persiane, ai tempi della battaglia di Imera (480) che molto probabilmente il coordinamento militare di questa “provincia” cominciò ad essere stabile. Ma solamente con il trattato tra Dionisio e Cartagine del 405 si parla espressamente di “provincia punica”, segno che a questo punto una qualche forma di amministrazione centralizzata dell’isola (nella parte cartaginese) doveva essersi creata, ferma restando l’autonomia federativa delle città e tribù che ne facevano parte.
I confini orientali di questa provincia furono mobili, con una tendenza a crescere nel tempo a discapito del Regno Siceliota: nei momenti di minimo i cartaginesi si rinserravano al Lilibeo, nei momenti di massimo (come poco prima della conquista romana) a nord erano arrivati a Messina e a sud a Gela. Spesso Agrigento aveva fatto da città-stato cuscinetto tra le due formazioni politiche: abbandonate le ambizioni politiche del V secolo, sotto i tiranni Emmenidi, la città dei templi poté dedicarsi all’arte e ai traffici lasciando a Punici e Siracusani il compito della politica. Ma anch’essa finì per essere risucchiata nell’Epicrateia Punica.
E veniamo all’oriente.
Qui il primitivo “Regno di Sicilia” ha una formazione lentissima, quasi impercettibile. I greci, infatti, erano organizzati all’inizio in Pòleis, l’un contro l’altra armate, e le città e principati siculi dell’interno copiarono questo tipo di organizzazione politica urbana.
Però già dal 650 a.C. circa, con le prime conquiste nell’interno, comincia a delinearsi una “egemonia” siracusana guidata dalla locale oligarchia.
Egemonia però è un termine che avevano inventato gli Spartani per definire la loro alleanza con le altre città del Peloponneso. Egemonia non è ancora stato.
Il primo passo avanti avviene nel 485: il tiranno di Gela, Gelone, conquista Siracusa ed unisce le due grandi città in un’unica signoria. Da allora in poi l’asse Siracusa-Gela sarebbe stato sempre solidissimo e, seppure ancora solo di fatto e non di diritto, la comunità siceliota assume una propria fisionomia politica non più municipale. Siamo sotto la tirannide dei Dinomenidi (Gelone, Ierone I,…).
La Repubblica moderatamente democratica che segue alla tirannide (la Politeia) continua la propria egemonia sull’isola, anche se questa viene insidiata da una nuova ed effimera formazione statale siciliana (455-450 circa), questa volta indigena: La Lega Sicula di Ducezio.
La Lega Sicula è importante perché i Siciliani per la prima volta nella loro storia superano ogni particolarismo tribale e danno vita ad una creatura politica, per quanto limitata agli originari abitanti dell’Isola, che ha un più ampio respiro.
Dura poco. I Sicelioti prevalgono sui Siculi e questo rinsalda l’egemonia siracusana. Con tutto ciò non si può ancora parlare di un vero e proprio stato siceliota.
Nemmeno la successiva tirannide dei Dionisi, sebbene rinforzi il controllo siracusano su gran parte dell’Isola, non è ancora la costruzione di uno stato. Eppure Dionisio il Vecchio fa certamente un passo avanti in questa direzione. Se il titolo di “Stratega Autocrate” valeva solo all’interno della polis siracusana, egli prende anche quello di “Arconte di Sicilia”, sorta di “Presidente del Commonwealth” delle polis siceliote. I possedimenti italioti sono organizzati a parte, dalla Corte di Locri e in una lega italiota separata. La Sicilia è ormai anche di nome, e non più solo di fatto, una realtà politica, una confederazione, se non proprio ancora uno stato.
La nuova Repubblica che segue istituzionalizza questo stato di fatto che poteva ancora sembrare legato al dispotismo di Dionisio.
Intorno al 340, ai tempi di Timoleonte, la Repubblica Siracusana raccoglie tutta la Sicilia greca in una Symmachìa Siceliota, ormai stabile organizzazione militare di raccordo dell’Isola (nella parte orientale ovviamente).
L’atto di nascita formale dello Stato di Sicilia avviene di lì a poco. Il nuovo tiranno, che seguirà nuovamente alla Repubblica, quel grande Agatocle che sottomise un terzo dell’Italia e portò la guerra contro Cartagine in Africa, cinge nel 304 il diadema con il titolo di Re di Sicilia. La città di Siracusa manteneva le sue assemblee e magistrature elettive, ma ormai il “Regno” era una cosa distinta e separata da quelle.
E questo Regno siceliota ebbe vita travagliata e alterna, con momenti in cui fu restaurata la Repubblica e momenti in cui la fragile unità centrale per qualche anno si dissolse, tornando all’antico municipalismo. Ma nel complesso non si tornò più indietro.
Anche Pirro, questa volta a Palermo, si sarebbe proclamato Re di Sicilia, con i cartaginesi asserragliati al Lilibeo, e, dopo di lui, ancora, Ierone II che per molti anni fu alleato e protetto dei Romani, ormai in un’enclave che andava da Taormina a Noto escluse.
Nel complesso, quindi, i Romani trovarono al loro arrivo una provincia punica e un Regno di Sicilia: in pratica due stati formati lentamente nei secoli e che semplicemente si limitarono a fondere nella Provincia di Sicilia.
Prima toccò all’occidente: l’Epicrateia punica fu trasformata in Provincia nel 240, ponendo proprio a “Marsala” (diciamo così) la base della prima amministrazione romana. Le tre città che teoricamente non ne facevano parte, in quanto “federate” di Roma, erano infatti proprio quelle ai confini della Provincia e/o strappate al Regno Siceliota: Messina, Noto e Siracusa. Lo stesso Regno Siceliota, da quel momento in poi, era un protettorato romano.
Ma dopo toccò pure al più ricco e importante oriente: caduta la monarchia, la Sicilia tentò di allearsi ai Cartaginesi per riacquistare libertà ed indipendenza. Marcello espugnò Siracusa nel 212 e gli ultimi focolai di resistenza furono spenti entro il 210.
Il Regno di Sicilia divenne quindi, senza soluzione di continuità, Provincia di Sicilia, con i Pretori romani seduti nella reggia dei Dinomenidi e dei Dionisi, con le stesse leggi ed usanze e con un vice-governatore in occidente ad amministrare gli ex-domini punici.
E così l’antico limes politico divenne solo frontiera amministrativa, fissandosi al Salso e alle Madonie.
Fonte: SiciliaInformazioni.com
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Friday, 25 March 2011
Wednesday, 5 January 2011
SiciliaInformazioni.com: Commissione Statuto eliminata perchè chiedeva ripristino Alta Corte?
Ars. Il professore Costa, consulente della Commissione Statuto, non ci sta: "Intollerabile passare per fannulloni"
03 gennaio 2011 19:28
(Massimo Costa) Vorrei dare anch’io un contributo d’informazione ai cittadini siciliani sulla vicenda della soppressione della Commissione ARS “Statuto” (per esteso sarebbe “per la revisione e l’attuazione dello Statuto speciale siciliano”) nella qualità di consulente della stessa. Con l’occasione mi preme anche ringraziare il Presidente Aricò per le parole di sincero apprezzamento formulate nei confronti dei consulenti esterni e quindi, suppongo, anche in ciò che modestamente ho potuto apportare alla stessa. Sono stato nominato dallo stesso Presidente Cascio su proposta dell’On. Aricò appena nel giugno scorso e in sei mesi avrò dedicato, gratuitamente, una cinquantina di ore circa rubate al mio tempo libero ed alla famiglia; ore donate alla comunità politica cui apparteniamo tutti, la Sicilia, ed alla quale sarei disposto a dare anche molto di più se e quando mi venisse chiesto.
Non voglio entrare nel merito politico della vicenda, che non mi compete, né sulla questione dei “costi” della Commissione, anche perché penso che tutte le partecipazioni dei deputati ai lavori di queste commissioni dovrebbero o essere comprese nell’indennità non proprio esigua che ricevono, ovvero comunque ispirarsi a maggiore sobrietà. Ma non mi pare questo il punto dirimente. La questione è molto più importante di un semplice fatto di “controllo di gestione” interno.
La Commissione in parola è davvero sui generis e, se il lavoro fatto non andrà disperso, voglio anche aggiungere che in sé la decisione del Presidente del Parlamento siciliano è forse ineccepibile. Lo Statuto siciliano non ha bisogno oggi, se non su alcuni punti secondari, su alcune arcaicità lessicali ad esempio, di una vera e propria revisione bensí soltanto e soprattutto di una sua attuazione. Che senso ha rivedere ciò che non è stato mai attuato se non si prova prima ad attuarlo? Se non si prova prima a dare ai Siciliani quei diritti che sono negati loro da piú di 60 anni sol perché contrastano con i poteri forti del Paese? Ogni tentativo di “revisione”, come quello del 2005 poi abortito, anche se fatto con le migliori intenzioni, in un periodo come questo in cui le “azioni” della Sicilia sono in forte ribasso sul “mercato politico nazionale” porterebbe fatalmente ad un ridimensionamento dei margini, amplissimi, di quanto già a noi riconosciuto nel 1946; porterebbe a soluzioni pasticciate, e se una menda forse può esser trovata nei lavori della Commissione nella prima parte della sua vita (dal 2008 all’estate del 2010) è forse stata quella di aver voluto ad ogni costo ripartire da “quella” proposta del 2005 per avvedersi, progressivamente, che forse era meglio soprassedere sull’idea di un “nuovo” Statuto quando ancora la Sicilia attende l’applicazione del “vecchio”.
Ma anche sull’attuazione, a parte alcune iniziative importanti come quella giustamente ricordata dall’On. Aricò, i margini della proposta legislativa erano tremendamente ristretti perché istituzionalmente all’attuazione è preposta la “Commissione paritetica Stato-Regione” prevista già dallo Statuto, che avrebbe dovuto in due/tre anni dare le norme attuative dello Statuto per far partire la nostra autonomia e che, purtroppo, soprattutto per le resistenze statali, si è trasformata in una Commissione permanente che, lentissimamente, dà applicazione secolare al nostro Statuto. Ma, lenta o veloce, permanente o transitoria, questa Commissione c’è e comprime i margini d’azione della nostra Commissione ARS “Statuto”. E tuttavia la Commissione in parola era una Commissione che svolgeva o avrebbe potuto svolgere un lavoro di vitale importanza per la vita dell’istituzione autonomistica, anche se non immediatamente misurabile in numero di disegni di legge “partoriti”: essa era il luogo del dibattito e del confronto sulle varie idee di Autonomia e quindi poteva produrre e in parte ha prodotto idee per rendere effettivo ed efficace lo Statuto al di là degli stessi formalismi che i riti del palazzo impongono.
In questo non voglio neanche pensare che le istituzioni autonomistiche – che appartengono a tutti – possano diventare teatro di scontro o merce di scambio dell’agone politico. Su questo dovremmo essere tutti d’accordo. Sulla difesa dei diritti dei Siciliani non ci dovrebbe neanche essere lotta politica fra siciliani, ma tutt’al piú tra la Sicilia e lo Stato come controparte naturale. Il Presidente Cascio per me è ex officio la persona che piú di ogni altra deve incarnare i valori dello Statuto e tutelarne le prerogative. Mi rifiuto per principio di pensare che dietro questa decisione vi sia, come qualcuno vuole artificiosamente leggere, una presa di posizione suicida contro il Parlamento e contro lo Statuto. È una decisione politica e di opportunità in fatto di efficienza interna, probabilmente molto saggia, di cui va preso atto serenamente.
E basta. Quello che però appare inaccettabile è una lettura che certa stampa antisiciliana per principio si sforza di dare di questo fatto, peraltro senza neanche avere il coraggio di farlo apertamente, ma con le allusioni, con le mezze parole, con il “ci siamo capiti”. E invece “non ci siamo capiti” un bel niente. Questa Commissione può essere accusata di tutto ma non di non avere lavorato. C’è stato un forte e colpevole assenteismo di alcune parti politiche ma va dato atto ad alcuni componenti di aver fatto piú del loro dovere, e fra questi – mi consta personalmente – lo stesso Presidente e l’On. Barbagallo. Mi sia consentito almeno di ricordare questi due nomi, senza nulla togliere agli altri, perché la loro partecipazione seria e continuativa non merita il polverone mediatico sugli “onorevoli fannulloni”. Qualche fannullone forse c’è, ma allora le responsabilità dovrebbero essere additate quanto meno in maniera un po’ piú personale, altrimenti si ha “la notte nera in cui tutte le vacche sono nere”, e in cui non si capisce piú niente. Il lavoro che si è fatto è importantissimo per la Sicilia e sarebbe un vero peccato se adesso venisse disperso. E ancora va ricordato che, per la causa disinteressata della Sicilia, ci sono state persone che hanno messo gratuitamente a disposizione la loro professionalità e il loro tempo. Per quel che mi riguarda – ad esempio – non sono stato io il tecnico maggiormente coinvolto nel disegno di legge sulle agevolazioni fiscali di cui parlava l’On. Aricò. Ma il mio contributo si è concentrato in tre “sessioni” di audizioni: la prima sul precedente progetto di riforma dello Statuto, la seconda sulla tutela delle prerogative statutarie di fronte alla giurisprudenza abrogativa della Corte Costituzionale, la terza sull’attuazione del “federalismo fiscale” previsto dal Nostro Statuto e non di quello “ordinario” che – come dovrebbe essere pacifico – da noi non trova alcuna attuazione. Si tratta di lavoro che ho fatto in gran parte in ore notturne; non ci sto a far passare tutto ciò per una perdita di tempo. E tutto questo in pochi mesi giacché la prima riunione con gli esperti si è potuta fare alla fine di luglio e, con la pausa estiva, è solo da settembre che la Commissione si è rimessa in moto di gran lena. Tralascio la terza delle aree per brevità e la prima per la riservatezza delle note critiche alla precedente proposta di revisione dello Statuto (peraltro agli atti della Commissione e che vorrò rendere pubbliche non appena l’On. Aricò me ne darà autorizzazione, anche per le vie brevi). Vorrei concentrarmi sulla seconda, che mi pare la piú importante di tutte. Oggi la Sicilia ha una tutela inferiore a quella delle regioni a statuto ordinario per via della censura preventiva del Commissario dello Stato in assenza dell’Alta Corte per la Regione Siciliana che giustificava quella presenza. La giurisprudenza della Corte Costituzionale si è rivelata del tutto inadeguata a tutelare la nostra Carta e peraltro essa è radicalmente illegittima in quanto viziata da incompetenza insanabile. L’Alta Corte non è mai stata abolita dal nostro ordinamento ma è solo “in sonno”, inoperosa per una situazione di fatto che è uno scandalo al sole a danno dell’intero Popolo Siciliano. La via maestra, lo dico in breve, era quella (ma non si è arrivati in tempo a farlo) di chiedere solennemente al Presidente dell’ARS e al Presidente della Camera di convocare i due “parlamenti” (statale e regionale) per procedere alle nomine dei posti vacanti dell’Alta Corte per la Regione siciliana dopo la “provvisoria” dilazione che data addirittura dal 1957! La battaglia dell’Alta Corte può essere condivisa o meno, ma è certamente la madre di tutte le battaglie per l’applicazione dello Statuto. Avrà certamente nemici fierissimi nella Penisola, soprattutto in questo momento.
Ma se noi siciliani non avremo nemmeno il coraggio di porla sul tappeto, non ci sarà mai alcuna speranza che altri la pongano per noi. Questa richiesta doveva essere accompagnata da una relazione, che chi scrive ha prodotto e allega a questo giornale perché la pubblichi nelle sue tre parti costitutive (motivazioni storiche, giuridiche e politiche per la riattivazione dell’Alta Corte della Regione Siciliana). I cittadini siciliani devono sapere, che lo condividano o meno, che tipo di studi si sono fatti all’interno di quella Commissione. E del resto non ha senso rivedere o tentare di applicare uno Statuto che avrà comunque un censore a Roma che lo castrerà in ogni sua parte vitale, che siano le revisioni auto recentissime o qualunque, e dico qualunque, altro aspetto della stessa. Sbaglia il Presidente della Regione a dire ad ogni pie’ sospinto che di fronte ai soprusi contro la Sicilia si appellerà alla Consulta.
La Consulta non è un giudice terzo, è di parte, e non è competente a dirimere le controversie tra Sicilia e Italia: quando lo fa, illegittimamente, cancella ad una ad una tutte le disposizioni contenute nel nostro Statuto. Che senso ha una Commissione per lo “Statuto” quando lo Statuto di fatto non c’è più? Ecco perché la Sicilia come istituzione, ma anche come Popolo, deve indirizzare tutte le proprie energie politiche al ripristino dell’Alta Corte, costi quel che costi. Questo è quel che si muoveva in quella Commissione che ora è stata soppressa. Non mi pare che acchiapavamo farfalle. E mi pare che il 30 ottobre u.s. una delegazione di mille cittadini siciliani che hanno sfilato pacificamente per le vie di Palermo ha consegnato al Presidente Cascio una lettera in cui chiedeva solennemente l’applicazione dello Statuto e la riattivazione dell’Alta Corte. Ogni mese si susseguono in Sicilia manifestazioni, incontri, dibattiti sull’attivazione dello Statuto.
Oggi c’è una consapevolezza diversa e crescente, soprattutto tra i giovani e sul web. Rispetto a questo il Palazzo e i media non possono e sono sicuro che non vogliono fare da freno, da retroguardia. Sono sicuro che apprezzeranno tutto ciò perché questo aumenta ogni giorno di piú la loro stessa forza contrattuale nei confronti dello Stato, nei confronti delle centrali dei loro stessi partiti, nei confronti dei potentati economici nazionali. Di fronte a un Popolo che chiede a gran voce il rispetto dei patti costituzionali tra Sicilia e Stato italiano chi potrà mai dire di no?
Relazione Commissione Statuto -1
Relazione Commissione Statuto -2
Fonte: SiciliaInformazioni.com
03 gennaio 2011 19:28
(Massimo Costa) Vorrei dare anch’io un contributo d’informazione ai cittadini siciliani sulla vicenda della soppressione della Commissione ARS “Statuto” (per esteso sarebbe “per la revisione e l’attuazione dello Statuto speciale siciliano”) nella qualità di consulente della stessa. Con l’occasione mi preme anche ringraziare il Presidente Aricò per le parole di sincero apprezzamento formulate nei confronti dei consulenti esterni e quindi, suppongo, anche in ciò che modestamente ho potuto apportare alla stessa. Sono stato nominato dallo stesso Presidente Cascio su proposta dell’On. Aricò appena nel giugno scorso e in sei mesi avrò dedicato, gratuitamente, una cinquantina di ore circa rubate al mio tempo libero ed alla famiglia; ore donate alla comunità politica cui apparteniamo tutti, la Sicilia, ed alla quale sarei disposto a dare anche molto di più se e quando mi venisse chiesto.
Non voglio entrare nel merito politico della vicenda, che non mi compete, né sulla questione dei “costi” della Commissione, anche perché penso che tutte le partecipazioni dei deputati ai lavori di queste commissioni dovrebbero o essere comprese nell’indennità non proprio esigua che ricevono, ovvero comunque ispirarsi a maggiore sobrietà. Ma non mi pare questo il punto dirimente. La questione è molto più importante di un semplice fatto di “controllo di gestione” interno.
La Commissione in parola è davvero sui generis e, se il lavoro fatto non andrà disperso, voglio anche aggiungere che in sé la decisione del Presidente del Parlamento siciliano è forse ineccepibile. Lo Statuto siciliano non ha bisogno oggi, se non su alcuni punti secondari, su alcune arcaicità lessicali ad esempio, di una vera e propria revisione bensí soltanto e soprattutto di una sua attuazione. Che senso ha rivedere ciò che non è stato mai attuato se non si prova prima ad attuarlo? Se non si prova prima a dare ai Siciliani quei diritti che sono negati loro da piú di 60 anni sol perché contrastano con i poteri forti del Paese? Ogni tentativo di “revisione”, come quello del 2005 poi abortito, anche se fatto con le migliori intenzioni, in un periodo come questo in cui le “azioni” della Sicilia sono in forte ribasso sul “mercato politico nazionale” porterebbe fatalmente ad un ridimensionamento dei margini, amplissimi, di quanto già a noi riconosciuto nel 1946; porterebbe a soluzioni pasticciate, e se una menda forse può esser trovata nei lavori della Commissione nella prima parte della sua vita (dal 2008 all’estate del 2010) è forse stata quella di aver voluto ad ogni costo ripartire da “quella” proposta del 2005 per avvedersi, progressivamente, che forse era meglio soprassedere sull’idea di un “nuovo” Statuto quando ancora la Sicilia attende l’applicazione del “vecchio”.
Ma anche sull’attuazione, a parte alcune iniziative importanti come quella giustamente ricordata dall’On. Aricò, i margini della proposta legislativa erano tremendamente ristretti perché istituzionalmente all’attuazione è preposta la “Commissione paritetica Stato-Regione” prevista già dallo Statuto, che avrebbe dovuto in due/tre anni dare le norme attuative dello Statuto per far partire la nostra autonomia e che, purtroppo, soprattutto per le resistenze statali, si è trasformata in una Commissione permanente che, lentissimamente, dà applicazione secolare al nostro Statuto. Ma, lenta o veloce, permanente o transitoria, questa Commissione c’è e comprime i margini d’azione della nostra Commissione ARS “Statuto”. E tuttavia la Commissione in parola era una Commissione che svolgeva o avrebbe potuto svolgere un lavoro di vitale importanza per la vita dell’istituzione autonomistica, anche se non immediatamente misurabile in numero di disegni di legge “partoriti”: essa era il luogo del dibattito e del confronto sulle varie idee di Autonomia e quindi poteva produrre e in parte ha prodotto idee per rendere effettivo ed efficace lo Statuto al di là degli stessi formalismi che i riti del palazzo impongono.
In questo non voglio neanche pensare che le istituzioni autonomistiche – che appartengono a tutti – possano diventare teatro di scontro o merce di scambio dell’agone politico. Su questo dovremmo essere tutti d’accordo. Sulla difesa dei diritti dei Siciliani non ci dovrebbe neanche essere lotta politica fra siciliani, ma tutt’al piú tra la Sicilia e lo Stato come controparte naturale. Il Presidente Cascio per me è ex officio la persona che piú di ogni altra deve incarnare i valori dello Statuto e tutelarne le prerogative. Mi rifiuto per principio di pensare che dietro questa decisione vi sia, come qualcuno vuole artificiosamente leggere, una presa di posizione suicida contro il Parlamento e contro lo Statuto. È una decisione politica e di opportunità in fatto di efficienza interna, probabilmente molto saggia, di cui va preso atto serenamente.
E basta. Quello che però appare inaccettabile è una lettura che certa stampa antisiciliana per principio si sforza di dare di questo fatto, peraltro senza neanche avere il coraggio di farlo apertamente, ma con le allusioni, con le mezze parole, con il “ci siamo capiti”. E invece “non ci siamo capiti” un bel niente. Questa Commissione può essere accusata di tutto ma non di non avere lavorato. C’è stato un forte e colpevole assenteismo di alcune parti politiche ma va dato atto ad alcuni componenti di aver fatto piú del loro dovere, e fra questi – mi consta personalmente – lo stesso Presidente e l’On. Barbagallo. Mi sia consentito almeno di ricordare questi due nomi, senza nulla togliere agli altri, perché la loro partecipazione seria e continuativa non merita il polverone mediatico sugli “onorevoli fannulloni”. Qualche fannullone forse c’è, ma allora le responsabilità dovrebbero essere additate quanto meno in maniera un po’ piú personale, altrimenti si ha “la notte nera in cui tutte le vacche sono nere”, e in cui non si capisce piú niente. Il lavoro che si è fatto è importantissimo per la Sicilia e sarebbe un vero peccato se adesso venisse disperso. E ancora va ricordato che, per la causa disinteressata della Sicilia, ci sono state persone che hanno messo gratuitamente a disposizione la loro professionalità e il loro tempo. Per quel che mi riguarda – ad esempio – non sono stato io il tecnico maggiormente coinvolto nel disegno di legge sulle agevolazioni fiscali di cui parlava l’On. Aricò. Ma il mio contributo si è concentrato in tre “sessioni” di audizioni: la prima sul precedente progetto di riforma dello Statuto, la seconda sulla tutela delle prerogative statutarie di fronte alla giurisprudenza abrogativa della Corte Costituzionale, la terza sull’attuazione del “federalismo fiscale” previsto dal Nostro Statuto e non di quello “ordinario” che – come dovrebbe essere pacifico – da noi non trova alcuna attuazione. Si tratta di lavoro che ho fatto in gran parte in ore notturne; non ci sto a far passare tutto ciò per una perdita di tempo. E tutto questo in pochi mesi giacché la prima riunione con gli esperti si è potuta fare alla fine di luglio e, con la pausa estiva, è solo da settembre che la Commissione si è rimessa in moto di gran lena. Tralascio la terza delle aree per brevità e la prima per la riservatezza delle note critiche alla precedente proposta di revisione dello Statuto (peraltro agli atti della Commissione e che vorrò rendere pubbliche non appena l’On. Aricò me ne darà autorizzazione, anche per le vie brevi). Vorrei concentrarmi sulla seconda, che mi pare la piú importante di tutte. Oggi la Sicilia ha una tutela inferiore a quella delle regioni a statuto ordinario per via della censura preventiva del Commissario dello Stato in assenza dell’Alta Corte per la Regione Siciliana che giustificava quella presenza. La giurisprudenza della Corte Costituzionale si è rivelata del tutto inadeguata a tutelare la nostra Carta e peraltro essa è radicalmente illegittima in quanto viziata da incompetenza insanabile. L’Alta Corte non è mai stata abolita dal nostro ordinamento ma è solo “in sonno”, inoperosa per una situazione di fatto che è uno scandalo al sole a danno dell’intero Popolo Siciliano. La via maestra, lo dico in breve, era quella (ma non si è arrivati in tempo a farlo) di chiedere solennemente al Presidente dell’ARS e al Presidente della Camera di convocare i due “parlamenti” (statale e regionale) per procedere alle nomine dei posti vacanti dell’Alta Corte per la Regione siciliana dopo la “provvisoria” dilazione che data addirittura dal 1957! La battaglia dell’Alta Corte può essere condivisa o meno, ma è certamente la madre di tutte le battaglie per l’applicazione dello Statuto. Avrà certamente nemici fierissimi nella Penisola, soprattutto in questo momento.
Ma se noi siciliani non avremo nemmeno il coraggio di porla sul tappeto, non ci sarà mai alcuna speranza che altri la pongano per noi. Questa richiesta doveva essere accompagnata da una relazione, che chi scrive ha prodotto e allega a questo giornale perché la pubblichi nelle sue tre parti costitutive (motivazioni storiche, giuridiche e politiche per la riattivazione dell’Alta Corte della Regione Siciliana). I cittadini siciliani devono sapere, che lo condividano o meno, che tipo di studi si sono fatti all’interno di quella Commissione. E del resto non ha senso rivedere o tentare di applicare uno Statuto che avrà comunque un censore a Roma che lo castrerà in ogni sua parte vitale, che siano le revisioni auto recentissime o qualunque, e dico qualunque, altro aspetto della stessa. Sbaglia il Presidente della Regione a dire ad ogni pie’ sospinto che di fronte ai soprusi contro la Sicilia si appellerà alla Consulta.
La Consulta non è un giudice terzo, è di parte, e non è competente a dirimere le controversie tra Sicilia e Italia: quando lo fa, illegittimamente, cancella ad una ad una tutte le disposizioni contenute nel nostro Statuto. Che senso ha una Commissione per lo “Statuto” quando lo Statuto di fatto non c’è più? Ecco perché la Sicilia come istituzione, ma anche come Popolo, deve indirizzare tutte le proprie energie politiche al ripristino dell’Alta Corte, costi quel che costi. Questo è quel che si muoveva in quella Commissione che ora è stata soppressa. Non mi pare che acchiapavamo farfalle. E mi pare che il 30 ottobre u.s. una delegazione di mille cittadini siciliani che hanno sfilato pacificamente per le vie di Palermo ha consegnato al Presidente Cascio una lettera in cui chiedeva solennemente l’applicazione dello Statuto e la riattivazione dell’Alta Corte. Ogni mese si susseguono in Sicilia manifestazioni, incontri, dibattiti sull’attivazione dello Statuto.
Oggi c’è una consapevolezza diversa e crescente, soprattutto tra i giovani e sul web. Rispetto a questo il Palazzo e i media non possono e sono sicuro che non vogliono fare da freno, da retroguardia. Sono sicuro che apprezzeranno tutto ciò perché questo aumenta ogni giorno di piú la loro stessa forza contrattuale nei confronti dello Stato, nei confronti delle centrali dei loro stessi partiti, nei confronti dei potentati economici nazionali. Di fronte a un Popolo che chiede a gran voce il rispetto dei patti costituzionali tra Sicilia e Stato italiano chi potrà mai dire di no?
Relazione Commissione Statuto -1
Relazione Commissione Statuto -2
Fonte: SiciliaInformazioni.com
Monday, 3 January 2011
LineaSicilia.it: Tributi, lo straniero non fa più la cresta in Sicilia
Imposte, la riscossione diventa della Regione
Giovedì 30 Dicembre 2010
Diventa regionale il sistema di riscossione delle imposte in Sicilia. Dopo l'acquisizione avvenuta ieri da parte della Regione siciliana e dell'Agenzia delle Entrate del totale delle azioni che la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. deteneva in Riscossione Sicilia S.p.A., con l'acquisto della quota di Montepaschi Siena in Serit Sicilia S.p.A., perfezionato oggi, si è concluso il lungo percorso di riforma strutturale del sistema di riscossione delineato dal legislatore statale e di quello regionale.
«Si chiude la lunga stagione del servizio di riscossione dei tributi in Sicilia - ha detto l'Assessore regionale all'Economia Gaetano Armao - che aveva visto la società Monte Paschi Serit gestire il servizio di riscossione nella qualità di ordinario concessionario della riscossione dal 1997 al 2005, e poi divenire socio della Regione e dell'Agenzia delle entrate nel sistema transitorio».
«Grazie all'impegno sinergico dell'Agenzia delle entrate e del socio privato Monte Paschi Siena - ha proseguito l'assessore - abbiamo realizzato la parte più importante del riassetto del sistema della riscossione in Sicilia, rispettando puntualmente i tempi stabiliti dal legislatore, superando la fase transitoria e conferendo in mano pubblica il servizio di riscossione delle entrate, scongiurando qualunque possibile rischio, inutilmente paventato da qualche indiscrezione infondata, di interruzione del servizio».
«Da oggi la Regione, insieme con l'Agenzia delle Entrate, torna ad avere la diretta gestione e la direzione del delicato settore della riscossione dei tributi - ha commentato l'assessore Armao - questo consentirà di definire gli ulteriori stadi del riassetto ed incrementare la qualità del servizio. Nel medio termine, terminata la riorganizzazione, potrà valutarsi la possibilità che possano essere coinvolti privati scelti con gara pubblica, come la stessa legge prevede, pur garantendo il mantenimento del controllo pubblico della gestione societaria».
La gestione della riscossione delle imposte in Sicilia in qualità di Commissario governativo delegato provvisoriamente aveva avuto inizio in Sicilia nel 1987, affidata a SO.GE.SI. Nel 1991 Montepaschi SER.IT S.p.A. subentrò a SO.GE.SI. espletando tale incarico fino al giugno del 1998. Col primo 1 luglio del medesimo anno Montepaschi SERIT S.p.A. fu nominata concessionaria del Servizio di riscossione dei tributi fino al 2005. Dal 1 ottobre del 2006 il settore della riscossione nelle Regioni è stato sottoposto ad una profonda ristrutturazione secondo quanto previsto dalla legge del 2 dicembre 2005 n. 203 (recepita dalla Regione siciliana con la legge del 22 dicembre 2005 n.19). In funzione di tale norma è stata costituita in Sicilia Riscossione Sicilia S.p.A. società a prevalente capitale pubblico delegata alla riscossione, che ha operato come holding di controllo di Serit Sicilia S.p.A.. Dal punto di vista del capitale azionario le due società hanno, pertanto, avuto sin qui il seguente assetto: Riscossione Sicilia S.p.A., holding con un capitale sociale di 16 milioni di euro, in proprietà per il 36% dalla Regione siciliana, per il 24% dall'Agenzia delle Entrate e per il 40% dal Monte Paschi di Siena S.p.A.. Serit Sicilia S.p.A., con capitale sociale di 10.400.00 euro, detenuto per il 60% da Riscossione Sicilia S.p.A. e per il 40% dal Monte Paschi Siena società che ha svolto i compiti operativi nel campo della riscossione. Col nuovo assetto societario Riscossione Sicilia S.p.A. ha una partecipazione azionaria della Regione del 60% e dall'Agenzia delle Entrate del 40%. Con l'acquisizione della totalità di Serit S.p.A. (mediante l'acquisizione del 40% del capitale azionario del Monte Paschi Siena S.p.A.), e la sua successiva incorporazione, prevista dal piano di riordino delle società partecipate avviato dal governo regionale, il processo di razionalizzazione potrà considerarsi concluso. L'acquisto della quota azionaria da parte della Regione ammonta complessivamente a circa 17,5 milioni di euro, che saranno versati, previa ulteriore verifica, in base all'accordo stipulato, entro il 28 febbraio del 2011.
Giovedì 30 Dicembre 2010
Diventa regionale il sistema di riscossione delle imposte in Sicilia. Dopo l'acquisizione avvenuta ieri da parte della Regione siciliana e dell'Agenzia delle Entrate del totale delle azioni che la Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. deteneva in Riscossione Sicilia S.p.A., con l'acquisto della quota di Montepaschi Siena in Serit Sicilia S.p.A., perfezionato oggi, si è concluso il lungo percorso di riforma strutturale del sistema di riscossione delineato dal legislatore statale e di quello regionale.
«Si chiude la lunga stagione del servizio di riscossione dei tributi in Sicilia - ha detto l'Assessore regionale all'Economia Gaetano Armao - che aveva visto la società Monte Paschi Serit gestire il servizio di riscossione nella qualità di ordinario concessionario della riscossione dal 1997 al 2005, e poi divenire socio della Regione e dell'Agenzia delle entrate nel sistema transitorio».
«Grazie all'impegno sinergico dell'Agenzia delle entrate e del socio privato Monte Paschi Siena - ha proseguito l'assessore - abbiamo realizzato la parte più importante del riassetto del sistema della riscossione in Sicilia, rispettando puntualmente i tempi stabiliti dal legislatore, superando la fase transitoria e conferendo in mano pubblica il servizio di riscossione delle entrate, scongiurando qualunque possibile rischio, inutilmente paventato da qualche indiscrezione infondata, di interruzione del servizio».
«Da oggi la Regione, insieme con l'Agenzia delle Entrate, torna ad avere la diretta gestione e la direzione del delicato settore della riscossione dei tributi - ha commentato l'assessore Armao - questo consentirà di definire gli ulteriori stadi del riassetto ed incrementare la qualità del servizio. Nel medio termine, terminata la riorganizzazione, potrà valutarsi la possibilità che possano essere coinvolti privati scelti con gara pubblica, come la stessa legge prevede, pur garantendo il mantenimento del controllo pubblico della gestione societaria».
La gestione della riscossione delle imposte in Sicilia in qualità di Commissario governativo delegato provvisoriamente aveva avuto inizio in Sicilia nel 1987, affidata a SO.GE.SI. Nel 1991 Montepaschi SER.IT S.p.A. subentrò a SO.GE.SI. espletando tale incarico fino al giugno del 1998. Col primo 1 luglio del medesimo anno Montepaschi SERIT S.p.A. fu nominata concessionaria del Servizio di riscossione dei tributi fino al 2005. Dal 1 ottobre del 2006 il settore della riscossione nelle Regioni è stato sottoposto ad una profonda ristrutturazione secondo quanto previsto dalla legge del 2 dicembre 2005 n. 203 (recepita dalla Regione siciliana con la legge del 22 dicembre 2005 n.19). In funzione di tale norma è stata costituita in Sicilia Riscossione Sicilia S.p.A. società a prevalente capitale pubblico delegata alla riscossione, che ha operato come holding di controllo di Serit Sicilia S.p.A.. Dal punto di vista del capitale azionario le due società hanno, pertanto, avuto sin qui il seguente assetto: Riscossione Sicilia S.p.A., holding con un capitale sociale di 16 milioni di euro, in proprietà per il 36% dalla Regione siciliana, per il 24% dall'Agenzia delle Entrate e per il 40% dal Monte Paschi di Siena S.p.A.. Serit Sicilia S.p.A., con capitale sociale di 10.400.00 euro, detenuto per il 60% da Riscossione Sicilia S.p.A. e per il 40% dal Monte Paschi Siena società che ha svolto i compiti operativi nel campo della riscossione. Col nuovo assetto societario Riscossione Sicilia S.p.A. ha una partecipazione azionaria della Regione del 60% e dall'Agenzia delle Entrate del 40%. Con l'acquisizione della totalità di Serit S.p.A. (mediante l'acquisizione del 40% del capitale azionario del Monte Paschi Siena S.p.A.), e la sua successiva incorporazione, prevista dal piano di riordino delle società partecipate avviato dal governo regionale, il processo di razionalizzazione potrà considerarsi concluso. L'acquisto della quota azionaria da parte della Regione ammonta complessivamente a circa 17,5 milioni di euro, che saranno versati, previa ulteriore verifica, in base all'accordo stipulato, entro il 28 febbraio del 2011.
Wednesday, 29 December 2010
La Sicilia: Masturbazioni mentali di un post-risorgimentale
Il Rapporto Immaginario tra la Sicilia e lo Stato
L'Isola dei miti da Garibaldi «eroe liberatore» all'ansia di riscatto
Martedì 28 Dicembre 2010
Enrico Iachello
Gli storici conoscono (e provano, ma è affare più difficile per la complessità della cosa, a valutarne di volta in volta l'impatto) il ruolo dell'immaginario sociale e della "battaglia" che attorno ad esso si gioca nello svolgersi di processi ed eventi "reali". L'immaginario non esaurisce la "realtà", ma certamente ne fa parte. L'immaginario sociale si nutre di miti che ne costituiscono l'articolazione, spesso l'affermazione. Nella vicenda nazionale della Sicilia, cioè negli ultimi 150 anni, l'immaginario dei siciliani (e sui siciliani) ha subito profonde trasformazioni che non è qui possibile neanche accennare pena un lungo elenco che il lettore troverebbe insieme faticoso e sommario. Più opportuno allora soffermarsi, nella ricorrenza del 2011, su qualche considerazione che tenti di esprimere in estrema sintesi l'articolarsi del rapporto "immaginario" (ma anche reale per quel che sopra dicevamo) tra l'isola e lo stato unitario.
Punto di partenza quello costitutivo della nuova nazione che proprio in Sicilia trova con la spedizione garibaldina la spinta determinante. Il mito è qui rappresentato da Garibaldi che incarna l'eroe liberatore: in Sicilia da eroe Garibaldi si fa mito per la rapidità con cui sbaraglia l'esercito borbonico, ma anche per i tratti mitologici che assume la sua figura. Canti e leggende popolari lo rendono da una parte l'eroe protetto da Santa Rosalia (è la leggenda del braccialetto che la Santa gli dà per impedire ai proiettili di colpirlo), dall'altra il Cristo "umanizzato" e laico della tradizione massonica. Attorno all'esperienza garibaldina, forte di un ampio consenso popolare, si salda la corrente democratica che, se pur sconfitta da Cavour, caratterizzerà il rapporto dell'isola con lo stato unitario. Dapprima in termini propriamente "garibaldini": nel 1862 Garibaldi dalla Sicilia prova a ripartire per liberare Roma e Venezia e gli equilibri politici del nuovo Stato. Ancora una nuova sconfitta. Ma a partire dal mito garibaldino la Sicilia si sente protagonista, finché le elezioni del 1874 consacrano l'affermazione della Sinistra e il mutamento dei rapporti politici in Italia. Un siciliano dei Mille, Crispi, sarà sul finire del secolo colui che tirerà le file di questa lunga marcia per ricomporre attorno al mito di Garibaldi "eroe disciplinato" l'immaginario nazionale: nel momento in cui inaugura sul Gianicolo nel 1895 il monumento a Garibaldi, Crispi lo inserisce nel pantheon ufficiale della nazione e gli pone accanto Vittorio Emanuele II.
La storia successiva si popola di immagini contraddittorie. Nel corso del primo Novecento l'élite palermitana, Florio inclusi, rielabora e rilancia il mito del sicilianismo e del complotto antisiciliano per far fronte alle difficoltà che pongono i nuovi processi sociali e politici di una società di massa passando attraverso gli effetti destabilizzanti della crisi agraria. Si elabora e si afferma l'immaginario "riparazionista" (dei torti subiti) che tanta fortuna avrà nell'immaginario isolano, destinato a riemergere, sia pure ormai svigorito, quasi fenomeno carsico, dal 1946 (Statuto della Regione, art. 38) ai nostri giorni, ma anche ad alimentare un'altra mitologia "dotta": quella dell'identità siciliana custode di valori arcaici, passata indenne nel tempo grazie al suo "isolamento" e al suo "immobilismo": precipitano e convergono in questa visione - di cui Sciascia in seguito sarà l'esponente e l'artefice più alto - elementi diversi e divergenti. La fortuna della lettura del Gattopardo nella chiave del «tutto cambia perché nulla cambi» è spia del radicamento di questo mito a livello "alto" oltre che "basso". Ma il suo successo è frutto del sincretismo di miti "conservatori" (la nazione siciliana) e miti "rivoluzionari": riparare l'ingiustizia secolare cui il popolo siciliano è stato sottoposto, dai suoi invasori (ci sarebbero paradossalmente anche gli italiani definiti all'uopo "piemontesi"), ma anche da una classe dirigente "feudale" e mafiosa (la lettura di "sinistra") che appunto lo ha tenuto nell'immobilità.
Il rapporto con lo Stato unitario si assesta a livello di una richiesta di risarcimento (e sarà, con la storia tormentata dell'art. 38, la Cassa del Mezzogiorno, sperimentati e vanificati la riforma agraria - "la terra ai contadini" - e i grandi insediamenti industriali). Il mito "sicilianista" si ingrotta allora nel rassicurante assistenzialismo di un'autonomia regionale sorretta dalla "solidarietà" nazionale e si avvita politicamente su se stesso in patti più o meno taciti (anch'essi destinati a riprodursi sino ai nostri giorni) tra governo e opposizione a Palazzo dei Normanni. La "sicilianità" si rifugia frattanto nella metafora letteraria e nel folklore (si pensi alla Sicilia cinematografica, o alle analisi della sociologia/antropologia anglosassone e al suo "familismo amorale"), ma riesce anche a trasformarsi - ancora Sciascia - in atto di accusa e in ansia generale e generica di riscatto.
Non ci si faccia ingannare dalle congiunture politiche attuali: anche se oggi sembrerebbe rimergere, il sicilianismo è in gran parte ai margini dell'immaginario sociale siciliano (nonostante - ripeto - i tentativi di risuscitarlo con accanimento terapeutico da parte dei "leghisti" del Sud). I giovani alfabetizzati ed europeizzati della Sicilia contemporanea, gruppi significativi ed importanti delle classi imprenditoriali (si pensi alle posizioni antimafia ed "efficientiste" di Confindustria), l'immigrazione crescente e in alcuni casi di seconda generazione, se pure sembrano ancora "balbettare" più che elaborare un nuovo immaginario, seguono altri miti che non riusciamo a comprendere perché non sono chiari neanche ai loro occhi. Occore però evitare nell'esaminare la Sicilia attuale di appiattirsi nella deprecatio temporum riducendo tutto alla poltiglia del luogo comune del "berlusconismo" e del "grande fratello". La "terra dei miti" sembra essersi spopolata. Ma se non vi sono, fortunatamente, rivoluzioni nel nuovo immaginario, né nell'orizzonte "reale", si colgono attese e inquietudini popolate di immagini nuove e non sempre negative che conviene spiare nella loro natura frammentaria nell'impossibilità attuale di "guadarle" da parte di intellettuali e politici prigionieri di categorie e immagini antiquate. E chissà che riflettendo sul processo di unificazione in Sicilia 150 anni dopo, ripercorrendo immagini, miti e ideali di una rivoluzione immaginata e realizzata, non si riesca a trovare frammenti da proiettare nel futuro. Forse è una semplice formula augurale per la Sicilia nell'Italia unita da 150 anni, ma potrebbe diventare una speranza.
Fonte: La Sicilia
L'Isola dei miti da Garibaldi «eroe liberatore» all'ansia di riscatto
Martedì 28 Dicembre 2010
Enrico Iachello
Gli storici conoscono (e provano, ma è affare più difficile per la complessità della cosa, a valutarne di volta in volta l'impatto) il ruolo dell'immaginario sociale e della "battaglia" che attorno ad esso si gioca nello svolgersi di processi ed eventi "reali". L'immaginario non esaurisce la "realtà", ma certamente ne fa parte. L'immaginario sociale si nutre di miti che ne costituiscono l'articolazione, spesso l'affermazione. Nella vicenda nazionale della Sicilia, cioè negli ultimi 150 anni, l'immaginario dei siciliani (e sui siciliani) ha subito profonde trasformazioni che non è qui possibile neanche accennare pena un lungo elenco che il lettore troverebbe insieme faticoso e sommario. Più opportuno allora soffermarsi, nella ricorrenza del 2011, su qualche considerazione che tenti di esprimere in estrema sintesi l'articolarsi del rapporto "immaginario" (ma anche reale per quel che sopra dicevamo) tra l'isola e lo stato unitario.
Punto di partenza quello costitutivo della nuova nazione che proprio in Sicilia trova con la spedizione garibaldina la spinta determinante. Il mito è qui rappresentato da Garibaldi che incarna l'eroe liberatore: in Sicilia da eroe Garibaldi si fa mito per la rapidità con cui sbaraglia l'esercito borbonico, ma anche per i tratti mitologici che assume la sua figura. Canti e leggende popolari lo rendono da una parte l'eroe protetto da Santa Rosalia (è la leggenda del braccialetto che la Santa gli dà per impedire ai proiettili di colpirlo), dall'altra il Cristo "umanizzato" e laico della tradizione massonica. Attorno all'esperienza garibaldina, forte di un ampio consenso popolare, si salda la corrente democratica che, se pur sconfitta da Cavour, caratterizzerà il rapporto dell'isola con lo stato unitario. Dapprima in termini propriamente "garibaldini": nel 1862 Garibaldi dalla Sicilia prova a ripartire per liberare Roma e Venezia e gli equilibri politici del nuovo Stato. Ancora una nuova sconfitta. Ma a partire dal mito garibaldino la Sicilia si sente protagonista, finché le elezioni del 1874 consacrano l'affermazione della Sinistra e il mutamento dei rapporti politici in Italia. Un siciliano dei Mille, Crispi, sarà sul finire del secolo colui che tirerà le file di questa lunga marcia per ricomporre attorno al mito di Garibaldi "eroe disciplinato" l'immaginario nazionale: nel momento in cui inaugura sul Gianicolo nel 1895 il monumento a Garibaldi, Crispi lo inserisce nel pantheon ufficiale della nazione e gli pone accanto Vittorio Emanuele II.
La storia successiva si popola di immagini contraddittorie. Nel corso del primo Novecento l'élite palermitana, Florio inclusi, rielabora e rilancia il mito del sicilianismo e del complotto antisiciliano per far fronte alle difficoltà che pongono i nuovi processi sociali e politici di una società di massa passando attraverso gli effetti destabilizzanti della crisi agraria. Si elabora e si afferma l'immaginario "riparazionista" (dei torti subiti) che tanta fortuna avrà nell'immaginario isolano, destinato a riemergere, sia pure ormai svigorito, quasi fenomeno carsico, dal 1946 (Statuto della Regione, art. 38) ai nostri giorni, ma anche ad alimentare un'altra mitologia "dotta": quella dell'identità siciliana custode di valori arcaici, passata indenne nel tempo grazie al suo "isolamento" e al suo "immobilismo": precipitano e convergono in questa visione - di cui Sciascia in seguito sarà l'esponente e l'artefice più alto - elementi diversi e divergenti. La fortuna della lettura del Gattopardo nella chiave del «tutto cambia perché nulla cambi» è spia del radicamento di questo mito a livello "alto" oltre che "basso". Ma il suo successo è frutto del sincretismo di miti "conservatori" (la nazione siciliana) e miti "rivoluzionari": riparare l'ingiustizia secolare cui il popolo siciliano è stato sottoposto, dai suoi invasori (ci sarebbero paradossalmente anche gli italiani definiti all'uopo "piemontesi"), ma anche da una classe dirigente "feudale" e mafiosa (la lettura di "sinistra") che appunto lo ha tenuto nell'immobilità.
Il rapporto con lo Stato unitario si assesta a livello di una richiesta di risarcimento (e sarà, con la storia tormentata dell'art. 38, la Cassa del Mezzogiorno, sperimentati e vanificati la riforma agraria - "la terra ai contadini" - e i grandi insediamenti industriali). Il mito "sicilianista" si ingrotta allora nel rassicurante assistenzialismo di un'autonomia regionale sorretta dalla "solidarietà" nazionale e si avvita politicamente su se stesso in patti più o meno taciti (anch'essi destinati a riprodursi sino ai nostri giorni) tra governo e opposizione a Palazzo dei Normanni. La "sicilianità" si rifugia frattanto nella metafora letteraria e nel folklore (si pensi alla Sicilia cinematografica, o alle analisi della sociologia/antropologia anglosassone e al suo "familismo amorale"), ma riesce anche a trasformarsi - ancora Sciascia - in atto di accusa e in ansia generale e generica di riscatto.
Non ci si faccia ingannare dalle congiunture politiche attuali: anche se oggi sembrerebbe rimergere, il sicilianismo è in gran parte ai margini dell'immaginario sociale siciliano (nonostante - ripeto - i tentativi di risuscitarlo con accanimento terapeutico da parte dei "leghisti" del Sud). I giovani alfabetizzati ed europeizzati della Sicilia contemporanea, gruppi significativi ed importanti delle classi imprenditoriali (si pensi alle posizioni antimafia ed "efficientiste" di Confindustria), l'immigrazione crescente e in alcuni casi di seconda generazione, se pure sembrano ancora "balbettare" più che elaborare un nuovo immaginario, seguono altri miti che non riusciamo a comprendere perché non sono chiari neanche ai loro occhi. Occore però evitare nell'esaminare la Sicilia attuale di appiattirsi nella deprecatio temporum riducendo tutto alla poltiglia del luogo comune del "berlusconismo" e del "grande fratello". La "terra dei miti" sembra essersi spopolata. Ma se non vi sono, fortunatamente, rivoluzioni nel nuovo immaginario, né nell'orizzonte "reale", si colgono attese e inquietudini popolate di immagini nuove e non sempre negative che conviene spiare nella loro natura frammentaria nell'impossibilità attuale di "guadarle" da parte di intellettuali e politici prigionieri di categorie e immagini antiquate. E chissà che riflettendo sul processo di unificazione in Sicilia 150 anni dopo, ripercorrendo immagini, miti e ideali di una rivoluzione immaginata e realizzata, non si riesca a trovare frammenti da proiettare nel futuro. Forse è una semplice formula augurale per la Sicilia nell'Italia unita da 150 anni, ma potrebbe diventare una speranza.
Fonte: La Sicilia
Wednesday, 24 November 2010
La Sicilia: Ritorsione, le auto siciliane non possono circolare in Italia
Il caso domani sul tavolo dell'assessore Piercarmelo Russo
Revisione auto nulla oltre lo Stretto, la Regione cerca vie d'uscita
Martedì 23 Novembre 2010
Giovanni Ciancimino
Palermo.In effetti, il presidente dell'Associazione Campeggiatori Turistici d'Italia ha ragione. Il problema della revisione delle macchine effettuata in Sicilia col marchio Regione Siciliana non riconosciuta al di là dello Stretto esiste. L'assessore regionale ai Trasporti, Pier Carmelo Russo, infatti, ha convocato per domani le categorie interessate per trovare una via d'uscita, al fine di evitare che le macchine revisionate in Sicilia vengano multate e private del relativo libretto nel resto del Paese.
Il problema ha origini lontane. Tra il 1999 e il 2000, presidente della Regione pro tempore, Vincenzino Leanza, sottoscrisse un accordo con lo Stato che, nel quadro delle norme di attuazione dello Statuto autonomistico siciliano, trasferiva alla Regione i poteri in materia e in virtù del quale avrebbe incamerato le somme relative. Accordo tramutato in decreto legislativo varato dal governo centrale di allora. Quindi operante.
Cosa è successo nel frattempo? La Regione ha incassato i diritti provenenti dalla revisione delle macchine. Senonché, in data recente, il ministero dei Trasporti ha aperto un contenzioso sulla legittimità della competenza della Regione. Quindi, il Consiglio dei ministri, il 27 ottobre dello scorso anno, sollevò un conflitto di attribuzioni, secondo cui sarebbe errata la convinzione che le entrate derivanti dalle revisioni dei veicoli siano «tasse spettanti alla Regione Siciliana». Al governo regionale si contesta di aver creato «una propria e distinta procedura informatizzata per l'accertamento delle entrate». Il che, fra l'altro, secondo il ricorrente violerebbe una direttiva della Cee.
Si sa che sono in corso trattative tra il governo regionale e il ministero dei Trasporti per trovare una via d'uscita immediata in modo che i 900 mila automobilisti siciliani, che hanno revisionato le loro macchine, possano circolare senza problemi nel resto del Paese. E questo sembra un problema la cui soluzione non dovrebbe essere difficile se è vero che sul passato si metterebbe, come si suol dire, una pietra sopra. E le revisioni effettuate in data successiva alla contestazione del Ministero dei trasporti?
Questo problema è più complicato da risolvere: riguarda le revisioni effettuate, appunto, dopo il contenzioso aperto dal governo centrale i cui proventi sono già stati incassati dalla Regione.
A questo punto cosa potrà succedere? É da escludere che la Regione restituisca allo Stato sic et simpliciter le somme riscosse finché non si pronunci la Corte Costituzionale.
Ma, intanto, gli automobilisti quali garanzie avranno di circolare nel resto del territorio nazionale? Come detto, domani l'argomento sarà affrontato da un tavolo convocato dall'assessore ai trasporti. Ma, se viviamo nella stessa Repubblica, riteniamo che, fino alla pronuncia della Consulta, il decreto legislativo a suo tempo varato dal governo centrale dovrebbe restare in vigore. Poi si vedrà.
Fonte: La Sicilia
Revisione auto nulla oltre lo Stretto, la Regione cerca vie d'uscita
Martedì 23 Novembre 2010
Giovanni Ciancimino
Palermo.In effetti, il presidente dell'Associazione Campeggiatori Turistici d'Italia ha ragione. Il problema della revisione delle macchine effettuata in Sicilia col marchio Regione Siciliana non riconosciuta al di là dello Stretto esiste. L'assessore regionale ai Trasporti, Pier Carmelo Russo, infatti, ha convocato per domani le categorie interessate per trovare una via d'uscita, al fine di evitare che le macchine revisionate in Sicilia vengano multate e private del relativo libretto nel resto del Paese.
Il problema ha origini lontane. Tra il 1999 e il 2000, presidente della Regione pro tempore, Vincenzino Leanza, sottoscrisse un accordo con lo Stato che, nel quadro delle norme di attuazione dello Statuto autonomistico siciliano, trasferiva alla Regione i poteri in materia e in virtù del quale avrebbe incamerato le somme relative. Accordo tramutato in decreto legislativo varato dal governo centrale di allora. Quindi operante.
Cosa è successo nel frattempo? La Regione ha incassato i diritti provenenti dalla revisione delle macchine. Senonché, in data recente, il ministero dei Trasporti ha aperto un contenzioso sulla legittimità della competenza della Regione. Quindi, il Consiglio dei ministri, il 27 ottobre dello scorso anno, sollevò un conflitto di attribuzioni, secondo cui sarebbe errata la convinzione che le entrate derivanti dalle revisioni dei veicoli siano «tasse spettanti alla Regione Siciliana». Al governo regionale si contesta di aver creato «una propria e distinta procedura informatizzata per l'accertamento delle entrate». Il che, fra l'altro, secondo il ricorrente violerebbe una direttiva della Cee.
Si sa che sono in corso trattative tra il governo regionale e il ministero dei Trasporti per trovare una via d'uscita immediata in modo che i 900 mila automobilisti siciliani, che hanno revisionato le loro macchine, possano circolare senza problemi nel resto del Paese. E questo sembra un problema la cui soluzione non dovrebbe essere difficile se è vero che sul passato si metterebbe, come si suol dire, una pietra sopra. E le revisioni effettuate in data successiva alla contestazione del Ministero dei trasporti?
Questo problema è più complicato da risolvere: riguarda le revisioni effettuate, appunto, dopo il contenzioso aperto dal governo centrale i cui proventi sono già stati incassati dalla Regione.
A questo punto cosa potrà succedere? É da escludere che la Regione restituisca allo Stato sic et simpliciter le somme riscosse finché non si pronunci la Corte Costituzionale.
Ma, intanto, gli automobilisti quali garanzie avranno di circolare nel resto del territorio nazionale? Come detto, domani l'argomento sarà affrontato da un tavolo convocato dall'assessore ai trasporti. Ma, se viviamo nella stessa Repubblica, riteniamo che, fino alla pronuncia della Consulta, il decreto legislativo a suo tempo varato dal governo centrale dovrebbe restare in vigore. Poi si vedrà.
Fonte: La Sicilia
Monday, 22 November 2010
Repubblica.it: Eccoci servita l'ennesima fanta-storia di Sicilia
L'Isola dei carrozzoni
[In grassetto il vero motivo del risentimento degli autori, ndr]
Il clientelismo risale al '500
Lunedì allo Steri si presenta "La zavorra", saggio di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria su sprechi e privilegi in Sicilia. Si parte con un precedente del Cinquecento: mentre il regno di Spagna aboliva le guarentigie per i tribunali sacri, a Palermo chi faceva parte del Sant'Uffizio godeva ancora dell'immunità. Cinque secoli più avanti la Corte dei conti accuserà la folla di stipendiati della Regione diventati 144 mila
di ENRICO DEL MERCATO e EMANUELE LAURIA
"Todos los ricos, nobles y los delinquentes". Il 3 novembre del 1577 il nuovo viceré di Sicilia, Marco Antonio Colonna, eroe della battaglia di Lepanto, scrive al sovrano di Spagna, Filippo II, per spiegargli perché nell'Isola è così difficile governare. Parla di nemici, "tutti ricchi, nobili e delinquenti". Ma chi sono? Sono i membri del Sant'Uffizio, nella sede siciliana dell'Inquisizione. E sono tantissimi: almeno 24 mila persone, considerando i 1.572 dipendenti diretti e tutti gli altri "affiliati" che possono beneficiare di privilegi e immunità.
Un bel carrozzone clientelare in stile rinascimentale che l'eroe di Lepanto si era messo in testa di smantellare. O, quantomeno, di ricondurre alle dimensioni che gli uffici dell'Inquisizione avevano nel resto del Regno. E già, perché una tale pletora non era dato trovarla né a Napoli, né in Castiglia, né in Aragona. Anzi. A far saltare la mosca al naso del viceré era stata proprio la lettura degli atti di Concordia firmati qualche anno prima del suo arrivo in Sicilia. In base a quegli accordi, in tutto il Regno di Spagna le strutture dell'Inquisizione erano state riformate: snellite nei loro apparati burocratici e, soprattutto, private di una sostanziosa parte dei privilegi. In particolare, gli appartenenti al Sant'Uffizio erano stati sottratti alla giurisdizione speciale del foro dell'Inquisizione per reati non attinenti alla religione. Significava che, se qualcuno avesse commesso un omicidio o un furto, sarebbe stato giudicato non più da una corte composta da "amici", ma da un normale tribunale.
In quell'anno 1577, in cui l'eroe di Lepanto arrivò a Palermo, tutto questo era la regola nell'intero e vasto Regno guidato da Filippo II. Ovunque, tranne che nella "specialissima" Sicilia. Laggiù, nell'isola, chi faceva parte della mastodontica struttura del Sant'Uffizio poteva ancora farla franca, anche se si fosse macchiato di reati che con la religione non c'entravano nulla. Un bel privilegio, non c'è che dire, che faceva gola a parecchi. "In Sicilia - scriveva Marco Antonio Colonna al re - si fa a gara per entrare nel numero dei dipendenti del Sant'Uffizio, nella convinzione che tale acquisto li liberi da ogni timore di giustizia e li renda sicuri".
Insomma, tutti i ricchi, i nobili e i delinquenti di Sicilia (per stare alle parole del viceré) correvano a garantirsi un posto in quel carrozzone che era diventato il tribunale dell'Inquisizione, non tanto per assolvere alla cieca esigenza di punire apostati, bestemmiatori, giudei e sodomiti, quanto per garantirsi, pragmaticamente, un vastissimo spazio di impunità. Ecco allora "uno strepitoso ampliamento della rete dei familiari e degli ufficiali che operavano al servizio del Sant'Officio. In poco più di un decennio si era avuta una crescita del 300 per cento".
Per contrastare questo andazzo, Marco Antonio Colonna pensò di riformare gli uffici dell'Inquisizione in Sicilia uniformandoli a quelli del resto del Regno. Figurarsi, si rivelò subito una missione impossibile. Aveva messo le mani, l'eroe di Lepanto, su un grumo di interessi protetti, ma soprattutto aveva toccato l'orgoglio siculo, scalfendo uno dei princìpi non scritti sui quali esso si fonda: la Sicilia è una "nazione" a sé, per la quale lo Stato centrale (sia esso il Regno di Spagna o, molto più tardi, la Repubblica italiana) deve prevedere leggi autonome, speciali, riservate solo ai siciliani e non in vigore altrove.
Non a caso, in quella lunga e solo apparentemente non sanguinosa guerra di potere col Colonna, i difensori dei privilegi del Sant'Uffizio siciliano sostennero non solo che l'Inquisizione in genere dovesse avere più poteri ovunque, ma che la struttura siciliana dovesse avere più potere di ogni altro Santo Officio spagnolo. Uno di loro scriveva così a Filippo II: "Che cosa può attendersi mai vostra Maestà da un Regno tanto inquieto e lubrico come la Sicilia, posto in mezzo ai suoi nemici, tanto lontano dalla sua presenza, pieno di eretici e di turchi che, per la molta pratica di navigare in quei mari, vi svernano con la medesima sicurezza come in Levante e se gli eretici non fan lo stesso è per il timore del Sant'Officio?".
Per difendere il loro privilegio autonomista gli inquisitori e i signori loro alleati sparsero veleni e maldicenze sul viceré, agitarono lo spettro della totale distruzione dell'Inquisizione, iniettarono a corte, a Madrid, venefici ragionamenti sul fatto che l'eroe di Lepanto - in quanto italiano - mal conciliasse i propri sentimenti con quelli della Corona spagnola. Alla fine, gli inquisitori siciliani la spuntarono.
Nel 1580 fu firmata una nuova Concordia che regolava i rapporti tra il Sant'Uffizio e la Corona e che, ovviamente, lasciava intatti i privilegi dell'Inquisizione siciliana. Marco Antonio Colonna, sommerso dai veleni e dalle dicerie, cadde in disgrazia presso il sovrano. Venne "commissariato "con l'invio di un osservatore da Madrid e, ben prima che scadesse il suo mandato, fu richiamato in Spagna per discolparsi. Durante il viaggio morì. Resta il sospetto che sia stato avvelenato.
Cinquecento e passa anni dopo, nella Sala delle capriate dello Steri, che fu la sede dell'Inquisizione in Sicilia, il procuratore generale della Corte dei conti Vincenzo Coppola snocciola le cifre del pachidermico bilancio della Regione siciliana. È il 30 giugno del 2010, il giorno in cui - per tradizione - i magistrati contabili passano in rassegna le cifre sulle quali si regge il bilancio dell'ente al quale più di ogni altro i siciliani affidano la propria vita, dalla culla alla bara: la Regione, per l'appunto. È un appuntamento, questo, di routine.
Sotto il tetto dalle volte lignee, a pochi passi dalle stanze nelle quali - ai tempi del viceré Marco Antonio Colonna - venivano torturati eretici, giudei, bestemmiatori, rotolano numeri che raccontano l'annuale miracolo della Regione autonoma siciliana: un bilancio che dovrebbe costringere a portare i libri in tribunale e che, invece, continua ad assistere i siciliani come se fossero gli ultimi superstiti del socialismo reale. Quando il procuratore Coppola arriva al numero di dipendenti che la Regione siciliana ha in organico, però, sembra di rivedere in quelle stanze l'eroe di Lepanto chino a scrivere a Filippo II la lettera sulla pletorica "famiglia" del Sant'Uffizio siciliano.
"Alla data del 31 dicembre - scandisce il magistrato contabile - i dipendenti a tempo indeterminato della Regione hanno raggiunto il numero di 13.528". Ma non sono solo questi gli stipendiati in via diretta dall'amministrazione regionale. A loro si aggiunge quello che il procuratore generale della Corte dei conti chiama "personale esterno a tempo determinato": esattamente 7.114 persone. In questa categoria entrano 1.461 lavoratori utilizzati nelle Spa di cui la Regione controlla l'intero pacchetto azionario e delle quali, dunque, sostiene per intero le spese, i dirigenti e i funzionari a contratto. Tirando le somme, i dipendenti a foglio paga della Regione raggiungono la cifra di 20.642 unità. Ma non basta neppure questo numero a comprendere quale peso abbia sulla società siciliana la Regione.
A quei 20.000 e passa dipendenti diretti, infatti, va aggiunto ancora l'esercito di precari che ogni mese riceve un assegno dalle casse regionali: lavoratori socialmente utili, lavoratori a progetto, forestali, dipendenti delle Asl. Sommandoli agli impiegati si arriva alla cifra di 144.147. È il numero di stipendi che paga ogni mese Mamma Regione siciliana: più del doppio della Fiat, la maggiore industria italiana, oppure l'intera popolazione di una città come Salerno, anziani e neonati compresi. È come se le radici di quell'antico carrozzone denunciato dal viceré Marco Antonio Colonna fossero riemerse producendo un nuovo mostro burocratico dispensatore di assistenza e privilegi.
(20 novembre 2010)
Fonte: Repubblica.it
[In grassetto il vero motivo del risentimento degli autori, ndr]
Il clientelismo risale al '500
Lunedì allo Steri si presenta "La zavorra", saggio di Enrico Del Mercato ed Emanuele Lauria su sprechi e privilegi in Sicilia. Si parte con un precedente del Cinquecento: mentre il regno di Spagna aboliva le guarentigie per i tribunali sacri, a Palermo chi faceva parte del Sant'Uffizio godeva ancora dell'immunità. Cinque secoli più avanti la Corte dei conti accuserà la folla di stipendiati della Regione diventati 144 mila
di ENRICO DEL MERCATO e EMANUELE LAURIA
"Todos los ricos, nobles y los delinquentes". Il 3 novembre del 1577 il nuovo viceré di Sicilia, Marco Antonio Colonna, eroe della battaglia di Lepanto, scrive al sovrano di Spagna, Filippo II, per spiegargli perché nell'Isola è così difficile governare. Parla di nemici, "tutti ricchi, nobili e delinquenti". Ma chi sono? Sono i membri del Sant'Uffizio, nella sede siciliana dell'Inquisizione. E sono tantissimi: almeno 24 mila persone, considerando i 1.572 dipendenti diretti e tutti gli altri "affiliati" che possono beneficiare di privilegi e immunità.
Un bel carrozzone clientelare in stile rinascimentale che l'eroe di Lepanto si era messo in testa di smantellare. O, quantomeno, di ricondurre alle dimensioni che gli uffici dell'Inquisizione avevano nel resto del Regno. E già, perché una tale pletora non era dato trovarla né a Napoli, né in Castiglia, né in Aragona. Anzi. A far saltare la mosca al naso del viceré era stata proprio la lettura degli atti di Concordia firmati qualche anno prima del suo arrivo in Sicilia. In base a quegli accordi, in tutto il Regno di Spagna le strutture dell'Inquisizione erano state riformate: snellite nei loro apparati burocratici e, soprattutto, private di una sostanziosa parte dei privilegi. In particolare, gli appartenenti al Sant'Uffizio erano stati sottratti alla giurisdizione speciale del foro dell'Inquisizione per reati non attinenti alla religione. Significava che, se qualcuno avesse commesso un omicidio o un furto, sarebbe stato giudicato non più da una corte composta da "amici", ma da un normale tribunale.
In quell'anno 1577, in cui l'eroe di Lepanto arrivò a Palermo, tutto questo era la regola nell'intero e vasto Regno guidato da Filippo II. Ovunque, tranne che nella "specialissima" Sicilia. Laggiù, nell'isola, chi faceva parte della mastodontica struttura del Sant'Uffizio poteva ancora farla franca, anche se si fosse macchiato di reati che con la religione non c'entravano nulla. Un bel privilegio, non c'è che dire, che faceva gola a parecchi. "In Sicilia - scriveva Marco Antonio Colonna al re - si fa a gara per entrare nel numero dei dipendenti del Sant'Uffizio, nella convinzione che tale acquisto li liberi da ogni timore di giustizia e li renda sicuri".
Insomma, tutti i ricchi, i nobili e i delinquenti di Sicilia (per stare alle parole del viceré) correvano a garantirsi un posto in quel carrozzone che era diventato il tribunale dell'Inquisizione, non tanto per assolvere alla cieca esigenza di punire apostati, bestemmiatori, giudei e sodomiti, quanto per garantirsi, pragmaticamente, un vastissimo spazio di impunità. Ecco allora "uno strepitoso ampliamento della rete dei familiari e degli ufficiali che operavano al servizio del Sant'Officio. In poco più di un decennio si era avuta una crescita del 300 per cento".
Per contrastare questo andazzo, Marco Antonio Colonna pensò di riformare gli uffici dell'Inquisizione in Sicilia uniformandoli a quelli del resto del Regno. Figurarsi, si rivelò subito una missione impossibile. Aveva messo le mani, l'eroe di Lepanto, su un grumo di interessi protetti, ma soprattutto aveva toccato l'orgoglio siculo, scalfendo uno dei princìpi non scritti sui quali esso si fonda: la Sicilia è una "nazione" a sé, per la quale lo Stato centrale (sia esso il Regno di Spagna o, molto più tardi, la Repubblica italiana) deve prevedere leggi autonome, speciali, riservate solo ai siciliani e non in vigore altrove.
Non a caso, in quella lunga e solo apparentemente non sanguinosa guerra di potere col Colonna, i difensori dei privilegi del Sant'Uffizio siciliano sostennero non solo che l'Inquisizione in genere dovesse avere più poteri ovunque, ma che la struttura siciliana dovesse avere più potere di ogni altro Santo Officio spagnolo. Uno di loro scriveva così a Filippo II: "Che cosa può attendersi mai vostra Maestà da un Regno tanto inquieto e lubrico come la Sicilia, posto in mezzo ai suoi nemici, tanto lontano dalla sua presenza, pieno di eretici e di turchi che, per la molta pratica di navigare in quei mari, vi svernano con la medesima sicurezza come in Levante e se gli eretici non fan lo stesso è per il timore del Sant'Officio?".
Per difendere il loro privilegio autonomista gli inquisitori e i signori loro alleati sparsero veleni e maldicenze sul viceré, agitarono lo spettro della totale distruzione dell'Inquisizione, iniettarono a corte, a Madrid, venefici ragionamenti sul fatto che l'eroe di Lepanto - in quanto italiano - mal conciliasse i propri sentimenti con quelli della Corona spagnola. Alla fine, gli inquisitori siciliani la spuntarono.
Nel 1580 fu firmata una nuova Concordia che regolava i rapporti tra il Sant'Uffizio e la Corona e che, ovviamente, lasciava intatti i privilegi dell'Inquisizione siciliana. Marco Antonio Colonna, sommerso dai veleni e dalle dicerie, cadde in disgrazia presso il sovrano. Venne "commissariato "con l'invio di un osservatore da Madrid e, ben prima che scadesse il suo mandato, fu richiamato in Spagna per discolparsi. Durante il viaggio morì. Resta il sospetto che sia stato avvelenato.
Cinquecento e passa anni dopo, nella Sala delle capriate dello Steri, che fu la sede dell'Inquisizione in Sicilia, il procuratore generale della Corte dei conti Vincenzo Coppola snocciola le cifre del pachidermico bilancio della Regione siciliana. È il 30 giugno del 2010, il giorno in cui - per tradizione - i magistrati contabili passano in rassegna le cifre sulle quali si regge il bilancio dell'ente al quale più di ogni altro i siciliani affidano la propria vita, dalla culla alla bara: la Regione, per l'appunto. È un appuntamento, questo, di routine.
Sotto il tetto dalle volte lignee, a pochi passi dalle stanze nelle quali - ai tempi del viceré Marco Antonio Colonna - venivano torturati eretici, giudei, bestemmiatori, rotolano numeri che raccontano l'annuale miracolo della Regione autonoma siciliana: un bilancio che dovrebbe costringere a portare i libri in tribunale e che, invece, continua ad assistere i siciliani come se fossero gli ultimi superstiti del socialismo reale. Quando il procuratore Coppola arriva al numero di dipendenti che la Regione siciliana ha in organico, però, sembra di rivedere in quelle stanze l'eroe di Lepanto chino a scrivere a Filippo II la lettera sulla pletorica "famiglia" del Sant'Uffizio siciliano.
"Alla data del 31 dicembre - scandisce il magistrato contabile - i dipendenti a tempo indeterminato della Regione hanno raggiunto il numero di 13.528". Ma non sono solo questi gli stipendiati in via diretta dall'amministrazione regionale. A loro si aggiunge quello che il procuratore generale della Corte dei conti chiama "personale esterno a tempo determinato": esattamente 7.114 persone. In questa categoria entrano 1.461 lavoratori utilizzati nelle Spa di cui la Regione controlla l'intero pacchetto azionario e delle quali, dunque, sostiene per intero le spese, i dirigenti e i funzionari a contratto. Tirando le somme, i dipendenti a foglio paga della Regione raggiungono la cifra di 20.642 unità. Ma non basta neppure questo numero a comprendere quale peso abbia sulla società siciliana la Regione.
A quei 20.000 e passa dipendenti diretti, infatti, va aggiunto ancora l'esercito di precari che ogni mese riceve un assegno dalle casse regionali: lavoratori socialmente utili, lavoratori a progetto, forestali, dipendenti delle Asl. Sommandoli agli impiegati si arriva alla cifra di 144.147. È il numero di stipendi che paga ogni mese Mamma Regione siciliana: più del doppio della Fiat, la maggiore industria italiana, oppure l'intera popolazione di una città come Salerno, anziani e neonati compresi. È come se le radici di quell'antico carrozzone denunciato dal viceré Marco Antonio Colonna fossero riemerse producendo un nuovo mostro burocratico dispensatore di assistenza e privilegi.
(20 novembre 2010)
Fonte: Repubblica.it
Monday, 8 November 2010
SiciliaToday.net: Anche i Borbone confiscarono i beni della Chiesa Siciliana?
Lo storico Carlo Ruta riporta a galla una vicenda poco conosciuta: non furono i Savoia i primi ad approfittare delle ricchezze della Chiesa Siciliana. Anche i Borbone nel '700 ricorsero allo stesso trucchetto, mirante forse anche ad indebolire l'autonomia del Regno di Sicilia.
Tra i potenti e la povera gente
di Carlo Ruta
Nov 5, 2010
Quando, il 20 settembre 1870, cadde Roma, e con essa l’ultimo tassello dello Stato Pontificio, entrava nel vivo una questione condizionante, in grado di competere, per certi versi almeno, con quella meridionale, che pure andava assumendo caratteri tipicamente militari, e con quella sociale, avvertita già a tutti i livelli. Da allora, i governi sabaudi, che si erano trovati nella necessità di attingere alle risorse della Chiesa per saldare i deficit dei bilanci di Stato, dovettero fare i conti fino in fondo con le tradizioni del paese reale, che, a dispetto del dilagante anticlericalismo, insistevano a trovare punti di forza nell’autorità morale dei campanili, delle parrocchie, delle diocesi, lungo tutto il territorio nazionale. La determinazione non venne meno, beninteso. Da vincitore, e da Stato laico, il regno sabaudo continuò a fare le regole, mentre la Chiesa dei pontefici, non più garantita dalla Francia di Napoleone III, reduce della mortificazione inferta da Bismarck a Sedan, si ritrovò confinata in uno spazio ristretto, nei palazzi vaticani, da cui dovette abituarsi a recitare la parte della grande sconfitta. Essa scelse, come è noto, l’ostilità strategica, che Pio IX sintetizzò nella formula del non-expedit, con cui veniva motivata l’inopportunità della partecipazione del clero alla vita politica del paese. Il Tevere divenne allora un fossato profondo, fino ad apparire insuperabile. E tale processo, di scollamenti e discordie, seguì in Sicilia un percorso coerente, legato nondimeno alle tipicità di alcune tradizioni.
Il clero dell’isola non era nuovo alle mortificazioni del potere pubblico, recando dietro un lungo iter di contenziosi, più o meno irrisolti. La nota «controversia liparitana» aveva fatto in qualche modo scuola. Aveva costituito comunque uno shock epocale, negli anni settanta del XVIII secolo, la confisca dei beni ecclesiastici pianificata da Napoli dal primo ministro Tanucci e condotta localmente dal vicerè Fogliari. Era stata, allora, la risposta dei Borboni al debordante potere economico che in Sicilia avevano acquisito in particolare i gesuiti, detentori, con altri ordini religiosi, di un terzo della intera superficie agraria. Nei decenni successivi la Chiesa siciliana aveva recuperato comunque il terreno perduto, per presentarsi negli anni clou dell’unificazione con un patrimonio cospicuo, indisponibile alle esigenze demaniali e dei ceti emergenti. La situazione dopo il 1861, agitata appunto dalle ideologie e dalle culture anticlericali, ma pure da bisogni del Tesoro, progredì quindi nella direzione sperimentata dai Borboni di Napoli. Gli effetti del decreto regio del 1867, che aboliva gli enti morali della Chiesa e ne confiscava i patrimoni, furono nell’isola non da poco. I beni delle diocesi finirono all’asta, per essere assunti infine da un ceto distinto, di estrazione borghese, che aveva partecipato in buona misura all’insurrezione e alle guerre garibaldine. Avrebbe potuto essere l’incipit di una rivoluzione agraria. Ma le cose andarono diversamente. Prevalse il principio della conservazione, mentre progrediva, negli ambiti stessi di quel notabilato, in bilico fra istanze democratiche e vecchie aristocrazie, una leva d’«ordine», di facinorosi, di cui per primo Raimondo Franchetti seguì i movimenti. Ma come reagì la Chiesa siciliana alla nuova umiliazione?
Coordinandosi con le difficoltà del tempo, il clero adottò, in via generale, una linea minimalistica. Ritiratasi dalla politica e dagli affari di Stato, la Chiesa scelse di correlarsi con la vita reale, delle città e delle campagne, occupando gli spazi sociali che, per via delle nuove contingenze, erano ancora preclusi allo Stato sabaudo, che d’altronde, prima da Torino, poi da Firenze, infine da Roma, imponeva la propria autorità con l’attivismo, più o meno truce, dei prefetti. A dispetto di tutto, essa continuò a interessarsi dell’educazione dei ragazzi. La legge Casati del 1859, che laicizzava l’istruzione, se aveva escluso infatti l’insegnamento religioso dalle scuole superiori, lo manteneva in quelle elementari. Per alcuni limiti formali in sede legislativa, la situazione rimaneva tale d’altronde dopo il varo della riforma Coppino del 1877. Come bene avrebbe rilevato Gramsci, la chiesa cattolica, forte del proprio radicamento, tanto più nel Mezzogiorno rurale, era legittimata comunque a rappresentare il mondo contadino, in condominio con il nascente socialismo. Se nella prassi politica le ragioni laiciste rimanevano allora preponderanti, sul terreno sociale, il prete, il vescovo, altre figure del clero, rimanevano essenziali. E soprattutto a quel punto in Sicilia come altrove, il mondo cattolico, fu indotto a coinvolgersi nelle questioni, a dividersi quindi, fino a rivelare due anime, compatibili e tuttavia distanti.
Da una parte si manifestava una Chiesa liturgica, che associava la tradizione al censo, il latinorum alle istanze dei potentati territoriali. Era già in cammino, evidentemente, la Chiesa che avrebbe prevalso nel primo Novecento, dagli anni del fascismo al dopoguerra. Dall’altro lato si poneva in gioco il cattolicesimo sociale, quello della povera gente, che con poche risorse ma con princìpi irrinunciabili avrebbe scortato le emergenze del secolo e di quello successivo. Con l’enciclica Rerum Novarum, Leone XIII cercò di trovare un punto di mediazione tra tali due realtà, riconoscendo legittimità alla questione operaia, mentre in Sicilia, da Caltagirone, il prete Luigi Sturzo maturava l’idea di un movimento politico, che chiamasse in causa la questione meridionale, facendo leva sul mondo contadino, attraverso gli strumenti della cooperazione, delle casse rurali, per combattere l’usura, dell’associazionismo. Negli anni della Destra come in quelli della Sinistra la questione contadina andò giocandosi in ogni caso nelle città, nelle borgate, nelle campagne, talvolta con effetti clamorosi, come quando, sotto il governo Crispi, la crisi economica, accentuata dalla guerra commerciale con la Francia e dalla diffusione della fillossera, che già negli anni ottanta aveva distrutto gran parte dei vigneti siciliani, fece erompere i bubboni del latifondo e delle miniere di zolfo. Le due linee del mondo cattolico emergevano allora con perentorietà.
I Fasci dei lavoratori, che percorsero la Sicilia nei primi anni novanta, non coinvolsero solo contadini ed operai sensibili alle dottrine socialiste. Nelle piazze e nelle campagne, dove si manifestava contro le vessazioni feudali, con naturalezza i ritratti di Garibaldi e Mazzini venivano coniugate con le icone di Cristo e perfino dei santi patroni. Si trattava appunto del cattolicesimo più in basso, che, a dispetto di tutto, cominciava a interloquire con le associazioni socialiste. Altro fu invece l’atteggiamento del clero ufficiale, che in quasi tutte le diocesi censurò in modo emblematico il movimento, prendendo le difese dei latifondisti e dei proprietari di zolfare. In un primo momento il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro dimostrò un qualche riguardo per le rimostranze popolari, ritenendo che non se ne potessero dissimulare le cause. Ma nel 1894, quando la repressione di Crispi chiudeva i conti con i Fasci, con il risultato di oltre 150 morti, precisò la propria opinione, affermando che le plebi erano state illuse «da istigatori malvagi e da ree dottrine». E in modo analogo si espressero altri prelati, dal vescovo di Noto Giovanni Blandini, che definì «stoltizia» l’aspirazione a una distribuzione equa dei beni, al cardinale di Palermo Michelangelo Celesia, che si congratulò di persona con commissario regio Roberto Morra di Lariano, pianificatore delle stragi che posero fine al movimento.
Negli anni successivi il cattolicesimo dal basso continuò a operare in difesa della dignità umana. Nei primi decenni del Novecento ebbe pure i suoi morti, come Giorgio Gennaro, ucciso a Ciaculli nel 1916, Costantino Sella, ucciso a Resuttano nel 1919, Stefano Baronia, ucciso a Gibellina nel 1920. Introdottasi nel nuovo ordine di cose, la Chiesa ufficiale assumeva invece lo status di potere fra i poteri, con la sanzione dei Patti Lateranensi. La continuità di tale status negli anni della repubblica fu poi un esito congiunto del ceto politico guidato da De Gasperi e delle gerarchie di Pio XII. Alla guida dell’arcidiocesi di Palermo finiva a quel punto il cardinale Ernesto Ruffini, secondo cui la mafia era solo un’invenzione per colpire la DC e i siciliani. Con l’avvento di Giovanni Roncalli e con i percorsi della Chiesa post-conciliare pure nell’isola si sarebbe aperto comunque il tempo delle rettifiche.
Fonte: SiciliaToday.net
Tra i potenti e la povera gente
di Carlo Ruta
Nov 5, 2010
Quando, il 20 settembre 1870, cadde Roma, e con essa l’ultimo tassello dello Stato Pontificio, entrava nel vivo una questione condizionante, in grado di competere, per certi versi almeno, con quella meridionale, che pure andava assumendo caratteri tipicamente militari, e con quella sociale, avvertita già a tutti i livelli. Da allora, i governi sabaudi, che si erano trovati nella necessità di attingere alle risorse della Chiesa per saldare i deficit dei bilanci di Stato, dovettero fare i conti fino in fondo con le tradizioni del paese reale, che, a dispetto del dilagante anticlericalismo, insistevano a trovare punti di forza nell’autorità morale dei campanili, delle parrocchie, delle diocesi, lungo tutto il territorio nazionale. La determinazione non venne meno, beninteso. Da vincitore, e da Stato laico, il regno sabaudo continuò a fare le regole, mentre la Chiesa dei pontefici, non più garantita dalla Francia di Napoleone III, reduce della mortificazione inferta da Bismarck a Sedan, si ritrovò confinata in uno spazio ristretto, nei palazzi vaticani, da cui dovette abituarsi a recitare la parte della grande sconfitta. Essa scelse, come è noto, l’ostilità strategica, che Pio IX sintetizzò nella formula del non-expedit, con cui veniva motivata l’inopportunità della partecipazione del clero alla vita politica del paese. Il Tevere divenne allora un fossato profondo, fino ad apparire insuperabile. E tale processo, di scollamenti e discordie, seguì in Sicilia un percorso coerente, legato nondimeno alle tipicità di alcune tradizioni.
Il clero dell’isola non era nuovo alle mortificazioni del potere pubblico, recando dietro un lungo iter di contenziosi, più o meno irrisolti. La nota «controversia liparitana» aveva fatto in qualche modo scuola. Aveva costituito comunque uno shock epocale, negli anni settanta del XVIII secolo, la confisca dei beni ecclesiastici pianificata da Napoli dal primo ministro Tanucci e condotta localmente dal vicerè Fogliari. Era stata, allora, la risposta dei Borboni al debordante potere economico che in Sicilia avevano acquisito in particolare i gesuiti, detentori, con altri ordini religiosi, di un terzo della intera superficie agraria. Nei decenni successivi la Chiesa siciliana aveva recuperato comunque il terreno perduto, per presentarsi negli anni clou dell’unificazione con un patrimonio cospicuo, indisponibile alle esigenze demaniali e dei ceti emergenti. La situazione dopo il 1861, agitata appunto dalle ideologie e dalle culture anticlericali, ma pure da bisogni del Tesoro, progredì quindi nella direzione sperimentata dai Borboni di Napoli. Gli effetti del decreto regio del 1867, che aboliva gli enti morali della Chiesa e ne confiscava i patrimoni, furono nell’isola non da poco. I beni delle diocesi finirono all’asta, per essere assunti infine da un ceto distinto, di estrazione borghese, che aveva partecipato in buona misura all’insurrezione e alle guerre garibaldine. Avrebbe potuto essere l’incipit di una rivoluzione agraria. Ma le cose andarono diversamente. Prevalse il principio della conservazione, mentre progrediva, negli ambiti stessi di quel notabilato, in bilico fra istanze democratiche e vecchie aristocrazie, una leva d’«ordine», di facinorosi, di cui per primo Raimondo Franchetti seguì i movimenti. Ma come reagì la Chiesa siciliana alla nuova umiliazione?
Coordinandosi con le difficoltà del tempo, il clero adottò, in via generale, una linea minimalistica. Ritiratasi dalla politica e dagli affari di Stato, la Chiesa scelse di correlarsi con la vita reale, delle città e delle campagne, occupando gli spazi sociali che, per via delle nuove contingenze, erano ancora preclusi allo Stato sabaudo, che d’altronde, prima da Torino, poi da Firenze, infine da Roma, imponeva la propria autorità con l’attivismo, più o meno truce, dei prefetti. A dispetto di tutto, essa continuò a interessarsi dell’educazione dei ragazzi. La legge Casati del 1859, che laicizzava l’istruzione, se aveva escluso infatti l’insegnamento religioso dalle scuole superiori, lo manteneva in quelle elementari. Per alcuni limiti formali in sede legislativa, la situazione rimaneva tale d’altronde dopo il varo della riforma Coppino del 1877. Come bene avrebbe rilevato Gramsci, la chiesa cattolica, forte del proprio radicamento, tanto più nel Mezzogiorno rurale, era legittimata comunque a rappresentare il mondo contadino, in condominio con il nascente socialismo. Se nella prassi politica le ragioni laiciste rimanevano allora preponderanti, sul terreno sociale, il prete, il vescovo, altre figure del clero, rimanevano essenziali. E soprattutto a quel punto in Sicilia come altrove, il mondo cattolico, fu indotto a coinvolgersi nelle questioni, a dividersi quindi, fino a rivelare due anime, compatibili e tuttavia distanti.
Da una parte si manifestava una Chiesa liturgica, che associava la tradizione al censo, il latinorum alle istanze dei potentati territoriali. Era già in cammino, evidentemente, la Chiesa che avrebbe prevalso nel primo Novecento, dagli anni del fascismo al dopoguerra. Dall’altro lato si poneva in gioco il cattolicesimo sociale, quello della povera gente, che con poche risorse ma con princìpi irrinunciabili avrebbe scortato le emergenze del secolo e di quello successivo. Con l’enciclica Rerum Novarum, Leone XIII cercò di trovare un punto di mediazione tra tali due realtà, riconoscendo legittimità alla questione operaia, mentre in Sicilia, da Caltagirone, il prete Luigi Sturzo maturava l’idea di un movimento politico, che chiamasse in causa la questione meridionale, facendo leva sul mondo contadino, attraverso gli strumenti della cooperazione, delle casse rurali, per combattere l’usura, dell’associazionismo. Negli anni della Destra come in quelli della Sinistra la questione contadina andò giocandosi in ogni caso nelle città, nelle borgate, nelle campagne, talvolta con effetti clamorosi, come quando, sotto il governo Crispi, la crisi economica, accentuata dalla guerra commerciale con la Francia e dalla diffusione della fillossera, che già negli anni ottanta aveva distrutto gran parte dei vigneti siciliani, fece erompere i bubboni del latifondo e delle miniere di zolfo. Le due linee del mondo cattolico emergevano allora con perentorietà.
I Fasci dei lavoratori, che percorsero la Sicilia nei primi anni novanta, non coinvolsero solo contadini ed operai sensibili alle dottrine socialiste. Nelle piazze e nelle campagne, dove si manifestava contro le vessazioni feudali, con naturalezza i ritratti di Garibaldi e Mazzini venivano coniugate con le icone di Cristo e perfino dei santi patroni. Si trattava appunto del cattolicesimo più in basso, che, a dispetto di tutto, cominciava a interloquire con le associazioni socialiste. Altro fu invece l’atteggiamento del clero ufficiale, che in quasi tutte le diocesi censurò in modo emblematico il movimento, prendendo le difese dei latifondisti e dei proprietari di zolfare. In un primo momento il vescovo di Caltanissetta Giovanni Guttadauro dimostrò un qualche riguardo per le rimostranze popolari, ritenendo che non se ne potessero dissimulare le cause. Ma nel 1894, quando la repressione di Crispi chiudeva i conti con i Fasci, con il risultato di oltre 150 morti, precisò la propria opinione, affermando che le plebi erano state illuse «da istigatori malvagi e da ree dottrine». E in modo analogo si espressero altri prelati, dal vescovo di Noto Giovanni Blandini, che definì «stoltizia» l’aspirazione a una distribuzione equa dei beni, al cardinale di Palermo Michelangelo Celesia, che si congratulò di persona con commissario regio Roberto Morra di Lariano, pianificatore delle stragi che posero fine al movimento.
Negli anni successivi il cattolicesimo dal basso continuò a operare in difesa della dignità umana. Nei primi decenni del Novecento ebbe pure i suoi morti, come Giorgio Gennaro, ucciso a Ciaculli nel 1916, Costantino Sella, ucciso a Resuttano nel 1919, Stefano Baronia, ucciso a Gibellina nel 1920. Introdottasi nel nuovo ordine di cose, la Chiesa ufficiale assumeva invece lo status di potere fra i poteri, con la sanzione dei Patti Lateranensi. La continuità di tale status negli anni della repubblica fu poi un esito congiunto del ceto politico guidato da De Gasperi e delle gerarchie di Pio XII. Alla guida dell’arcidiocesi di Palermo finiva a quel punto il cardinale Ernesto Ruffini, secondo cui la mafia era solo un’invenzione per colpire la DC e i siciliani. Con l’avvento di Giovanni Roncalli e con i percorsi della Chiesa post-conciliare pure nell’isola si sarebbe aperto comunque il tempo delle rettifiche.
Fonte: SiciliaToday.net
Tuesday, 26 October 2010
La Sicilia: Giro 2011, uno “spot” per l'Autonomia
L'arrivo del Giro d'Italia uno «spot» per l'Etna
Lunedì 25 Ottobre 2010
Catania (Provincia),
E' tanto l'entusiasmo dell'amministrazione comunale di Nicolosi per aver ottenuto l'onore di ospitare l'arrivo della nona tappa del Giro d'Italia 2011, quello che festeggerà l'Unità d'Italia. La tappa siciliana unirà per 159 chilometri Messina Tremestieri e l'Etna, dove l'arrivo è fissato in località Etna sud-Nicolosi nord - a un'altitudine di 1910 metri sul livello del mare, e passerà da Giampilieri Marina, Scaletta Zanclea, Nizza di Sicilia, Roccalumera, Santa Teresa di Riva, Capo Sant'Alessio, Letojanni, Taormina, Giardini Maxos, Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Linguaglossa (dove inizierà a prima scalata al vulcano) fino a raggiungere i 1631 metri di altitudine di località Lenza, e poi di nuovo giù sulle pendici dell'Etna, fino a Zafferana Etnea, Santa Venerina, Acireale, Aci Catena, San Giovanni la Punta, Mascalucia e Nicolosi, da dove prenderà il via, sulla Sp 92, la sfida per uno dei più spettacolari arrivi in salita del Giro.
Un'unica tappa siciliana, ma che tocca alcune delle località più belle dell'Isola, unendo la costa jonica con l'Etna, montagna spettacolare che sarà percorsa in lungo e in largo dalla «carovana rosa». Sabato scorso, alla presentazione ufficiale a Torino della corsa, guidata dal patron Angelo Zomegnan, ha preso parte il sindaco di Nicolosi, Nino Borzì, membro del comitato di tappa, assieme al sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, ad Antonello Montante, vicepresidente di Confindustria Sicilia, e all'on. Nicola D'Agostino, grande appassionato di ciclismo e «anima» della tappa siciliana del Giro. «Il Giro d'Italia torna sull'Etna dopo 22 anni - commenta con orgoglio il sindaco Borzì - con uno spettacolare arrivo in salita che certamente emozionerà il pubblico che assisterà alla gara. Ringraziamo Angelo Zomegnan per avere scelto Nicolosi come arrivo di tappa e l'assessorato regionale al Turismo, che si è impegnato per la realizzazione della tappa siciliana».
La «carovana rosa» arriverà in Sicilia domenica 15 maggio. «Sarà una tappa spettacolare - commenta l'on. D'Agostino - L'Etna ha un indubbio fascino e il percorso sarà molto duro, determinando una prima selezione nella gara. La coincidenza con la Festa dell'Autonomia Siciliana ne fa, inoltre, una grande opportunità per far conoscere meglio la Sicilia e le sue specificità».
«Sarà una grande festa - continua Borzì - per un evento sportivo che sarà anche un grande veicolo di promozione per la Porta dell'Etna».
Due i precedenti del Giro d'Italia sull'Etna: nel 1989 (tappa vinta da Acacio da Silva con arrivo a Piano Bottara), mentre ancor prima, nel 1967, il Giro aveva entusiasmato Nicolosi, che aveva acclamato il vincitore di tappa Franco Bitossi e applaudito il passaggio del campione del Giro, Felice Gimondi, che quell'anno vinse la Maglia Rosa. E proprio Felice Gimondi è stato invitato dall'amministrazione comunale di Nicolosi a tornare in Sicilia in occasione della tappa del 15 maggio prossimo.
Impegnativi gli aspetti organizzativi della tappa, che richiederanno un grande impegno da parte di tutti gli enti coinvolti. «Anche a livello locale organizzeremo un comitato di tappa che coinvolga enti, amministratori, rappresentanti delle forze dell'ordine, del volontariato e delle categorie produttive per accogliere, con alcune iniziative collaterali il Giro d'Italia - conclude Borzì - che già si prepara ad accogliere Zomegnan e l'organizzazione i primi giorni di novembre per definire la realizzazione del Quartiere tappa e della sala stampa che dovrà ospitare 150 postazioni. Nell'organizzazione dell'arrivo occorrerà curare anche la realizzazione di un villaggio commerciale».
Fonte: La Sicilia del 25 ottobre 2010
Lunedì 25 Ottobre 2010
Catania (Provincia),
E' tanto l'entusiasmo dell'amministrazione comunale di Nicolosi per aver ottenuto l'onore di ospitare l'arrivo della nona tappa del Giro d'Italia 2011, quello che festeggerà l'Unità d'Italia. La tappa siciliana unirà per 159 chilometri Messina Tremestieri e l'Etna, dove l'arrivo è fissato in località Etna sud-Nicolosi nord - a un'altitudine di 1910 metri sul livello del mare, e passerà da Giampilieri Marina, Scaletta Zanclea, Nizza di Sicilia, Roccalumera, Santa Teresa di Riva, Capo Sant'Alessio, Letojanni, Taormina, Giardini Maxos, Fiumefreddo di Sicilia, Piedimonte Etneo, Linguaglossa (dove inizierà a prima scalata al vulcano) fino a raggiungere i 1631 metri di altitudine di località Lenza, e poi di nuovo giù sulle pendici dell'Etna, fino a Zafferana Etnea, Santa Venerina, Acireale, Aci Catena, San Giovanni la Punta, Mascalucia e Nicolosi, da dove prenderà il via, sulla Sp 92, la sfida per uno dei più spettacolari arrivi in salita del Giro.
Un'unica tappa siciliana, ma che tocca alcune delle località più belle dell'Isola, unendo la costa jonica con l'Etna, montagna spettacolare che sarà percorsa in lungo e in largo dalla «carovana rosa». Sabato scorso, alla presentazione ufficiale a Torino della corsa, guidata dal patron Angelo Zomegnan, ha preso parte il sindaco di Nicolosi, Nino Borzì, membro del comitato di tappa, assieme al sindaco di Messina, Giuseppe Buzzanca, ad Antonello Montante, vicepresidente di Confindustria Sicilia, e all'on. Nicola D'Agostino, grande appassionato di ciclismo e «anima» della tappa siciliana del Giro. «Il Giro d'Italia torna sull'Etna dopo 22 anni - commenta con orgoglio il sindaco Borzì - con uno spettacolare arrivo in salita che certamente emozionerà il pubblico che assisterà alla gara. Ringraziamo Angelo Zomegnan per avere scelto Nicolosi come arrivo di tappa e l'assessorato regionale al Turismo, che si è impegnato per la realizzazione della tappa siciliana».
La «carovana rosa» arriverà in Sicilia domenica 15 maggio. «Sarà una tappa spettacolare - commenta l'on. D'Agostino - L'Etna ha un indubbio fascino e il percorso sarà molto duro, determinando una prima selezione nella gara. La coincidenza con la Festa dell'Autonomia Siciliana ne fa, inoltre, una grande opportunità per far conoscere meglio la Sicilia e le sue specificità».
«Sarà una grande festa - continua Borzì - per un evento sportivo che sarà anche un grande veicolo di promozione per la Porta dell'Etna».
Due i precedenti del Giro d'Italia sull'Etna: nel 1989 (tappa vinta da Acacio da Silva con arrivo a Piano Bottara), mentre ancor prima, nel 1967, il Giro aveva entusiasmato Nicolosi, che aveva acclamato il vincitore di tappa Franco Bitossi e applaudito il passaggio del campione del Giro, Felice Gimondi, che quell'anno vinse la Maglia Rosa. E proprio Felice Gimondi è stato invitato dall'amministrazione comunale di Nicolosi a tornare in Sicilia in occasione della tappa del 15 maggio prossimo.
Impegnativi gli aspetti organizzativi della tappa, che richiederanno un grande impegno da parte di tutti gli enti coinvolti. «Anche a livello locale organizzeremo un comitato di tappa che coinvolga enti, amministratori, rappresentanti delle forze dell'ordine, del volontariato e delle categorie produttive per accogliere, con alcune iniziative collaterali il Giro d'Italia - conclude Borzì - che già si prepara ad accogliere Zomegnan e l'organizzazione i primi giorni di novembre per definire la realizzazione del Quartiere tappa e della sala stampa che dovrà ospitare 150 postazioni. Nell'organizzazione dell'arrivo occorrerà curare anche la realizzazione di un villaggio commerciale».
Fonte: La Sicilia del 25 ottobre 2010
Sunday, 12 September 2010
Qds.it: Un popolo senza dignità ed orgoglio é solo una mandria
La Sicilia è dei siciliani non dei traditori
Sabato 9 settembre 2010
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.
A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.
La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Fonte: Il Blog del Direttore, Quotidiano di Sicilia
Sabato 9 settembre 2010
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.
A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.
La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Fonte: Il Blog del Direttore, Quotidiano di Sicilia
Thursday, 1 April 2010
SiciliaInformazioni.com: Decisione consulta su accise, opinione di Massimo Costa
Opinioni. La sentenza della Consulta sulle accise alla Sicilia
"Semplicemente scandalosa"
(Massimo Costa) E' difficile che di fronte alla bufera (più che altro messa in scena) che coinvolgerebbe il Presidente della Regione, che una notizia di queste, più importante sulle lunghe distanze, resti a lungo in prima pagina.
Ma non posso fare a meno di intervenire ora che ho - per così dire - studiato la sentenza in parola.
La sentenza è semplicemente scandalosa! Non può finire qui. Essa viola
apertamente l'autonomia siciliana; è uno schiaffo ai nostri diritti e ai nostri interessi. Essa contraddice persino se stessa. Sono ancora un po' sconvolto da ciò che ho appena finito di leggere con attenzione.
Leggi tutto su SiciliaInformazioni.com
"Semplicemente scandalosa"
(Massimo Costa) E' difficile che di fronte alla bufera (più che altro messa in scena) che coinvolgerebbe il Presidente della Regione, che una notizia di queste, più importante sulle lunghe distanze, resti a lungo in prima pagina.
Ma non posso fare a meno di intervenire ora che ho - per così dire - studiato la sentenza in parola.
La sentenza è semplicemente scandalosa! Non può finire qui. Essa viola
apertamente l'autonomia siciliana; è uno schiaffo ai nostri diritti e ai nostri interessi. Essa contraddice persino se stessa. Sono ancora un po' sconvolto da ciò che ho appena finito di leggere con attenzione.
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